Monday, June 18, 2007

Le cose accadono, le cose cambiano, le cose restano uguali.

Cambia l'espressione della mia faccia, ritornando a casa e vedendo la porta di casa aperta sulla notte.
Oddio urlo immobile sui miei piedi, oddio ripeto sottovoce mentre mi frugo nella borsa a cercare le inutili chiavi per aprire il cancelloverde forzato, oddio.

Lo sguardo corre allo studio violentato mentre la mia scioccatesta ripete che no, sono io che ho lasciato gli armadietti spalancati, i documenti ovunque, le scatole aperte, le mille cose in terra, i libri scarabaltati.
Ci sono i pc, la televisione, non è possibile, sono stata io a lasciare tutto in disordine, come sempre, sono stata io solo che non lo ricordo.
E invece no, non sono stata io a forzare le quattro mandate di ferro grosso un dito del portone di casa, straziato di profondi segni sul legno che ha riempito di schegge il pavimento.
Non sono stata io a ribaltare lo stendino in camera, ad aprire i cassetti e le ante, a buttare in terra i maglioni, a rovesciare colorate perline senza valore sul letto calpestato che guardo con dolore e disgusto, tremando.
Sono entrati in casa mia, sono entrati nella mia camera da letto, sono entrati nello studio dove lavoro e poggio il culo pigro tot ore al giorno, hanno camminato dove io cammino scalza.
Sono entrati dove vivo. Dove mi sento sicura. Nelle stanze che ho recuperato mano a mano nel corso di questi mesi.
Hanno scheggiato il gradino di marmo dove la notte siedo a fumare sigarette.
Hanno divelto la serratura che, un fabbro mi disse, non avrebbe mai e poi mai tenuto a una visita sgradita.
Hanno lasciato impronte sporche sui fogli sparsi in terra.
Le ante, i cassetti, hanno aperto tutto quanto, tutto quanto.

Le cose vanno.
Come i gioielli che ho ricevuto per i miei anni di università conclusi bene, come le perle che non ho messo mai, l'anello sigillo del bisnonno con le mie stesse inziali sbiadite dal tempo, l'opale della nonna comperato in Brasile quando io ancora farfugliavo.

Le cose restano uguali.
Mi siedo sul gradino fuori dalla porta alla quale appoggio la schiena con cautela, temendo di farle altro male.
Passo le dita sullo smanco nel marmo, incrocio le gambe e accendo la sigaretta. Allo scatto dell'accendino sento il famigliare miagolio e vedo Booty accorrere.
Faccio mente locale, respiro, respiro, respiro profondamente, comincio a scrivere quel che ricordo di aver posseduto. Scrivo vedendo la forma del castone, le pietre, l'occasione, la mia faccia di allora, fumavo le stesse sigarette anche se non abitavo qui.
Accendo un'altra sigaretta, l'ultima del pacchetto che accartoccio, accarezzo la schiena del pelozozzo che spesso si ferma, rigido come un pointer, e guarda oltre il cancelloverde.
Mi alzo, torno dentro, appoggio la porta e ci tiro davanti un tavolo che spingo lì contro, vado in camera, mi concedo un attimo per guardare ancora e poi esplodo di movimento, tiro su lo stendino ammucchiandoci la roba sopra, strappo letteralmente dal letto coperta e lenzuola, tiro fuori rabbiosa il cuscino dalla federa, ammucchio tutto in un angolo.
Spiego lenzuola bianche di bucato sulle quali si precipita Booty con una strana voglia di giocare che mi strappa un sorriso mio malgrado, è la mia camera da letto, è mia e solo mia, è la mia casa, le cose restano uguali.

La stanchezza scende tutta di colpo, sorrido avvoltolandomi nell'odore di pulito, spengo la luce, non ho paura.
Dormo.

Comments:
:|

sgomento.

un abbraccio...

OrsaLè
 
grazie, lo prendo di tutto cuore :)
bacio!
 
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