Sunday, April 27, 2008
Il vero io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te.
[P.Cohelo]
In principio era la mia Grande Paura: essere scoperta.
Soffrivo gli sguardi delle Maestre che percepivo come scrutatori, ero sicura che da fuori fosse estremamente chiaro che non avevo mai lavorato prima con i bambini, nonostante mi fossi venduta come una sorta di educatrice, e che pertanto saltasse agli occhi che ero all'oscuro dei loro bisogni e delle loro reazioni.
Ero convinta fosse palese che stavo improvvisando almeno tanto quanto lo era a me che peregrinavo per librerie cercando un testo che facesse al caso mio, che suggerisse un metodo, Il Metodo. Annaspavo tra mille titoli che avrei acquistato in toto senza saper decidere quale potesse essere il migliore sostanzialmente perché non ero convinta, non era chiaro neanche a me dove volevo andare a parare.
Del programma stilato inizialmente non sarei riuscita a mantenere una virgola, ecco come mi sentivo.
Mi prendo tutto il tempo ogni volta che devo indossare il mio costume.
Ho placato quell'ansia da orologio che mi faceva piombare ansante in mezzo ai bambini, truccata alla bellemmeglio, ancora con il cervello altrove. Da un certo punto in poi ho cominciato a sentirlo come necessaria meditazione, tempo ben speso che mi dà la possibilità di prepararmi a quel che vado a fare. Dispongo i colori sul lavandino, tiro fuori la spugnetta e la bagno un po'. Decido sul momento se indossare le calze lunghe rosse o quelle viola corte al ginocchio, a seconda del freddo che sento. Raccolgo i capelli con cura e altrettanto stendo con lentezza il trucco, facendo smorfie per arrotondare gli zigomi da arrossare o arcuando le sopracciglia di sorpresa posticcia per imbiancare lo spazio sotto.
Il primo trucco me lo fece una clownesse esperta che dalla mia faccia tirò fuori proprio quel che d'istinto ho tentato di sfuggire fin dalla prima volta che invece mi sono truccata da sola per uno spettacolo di strada.
Il mio clown era saccente e cattivo, con uno sguardo inquisitorio e il sopracciglio alzato di impazienza e superiorità, un Bianco. Ricordo che i presenti mi guardavano tra l'affascinato e l'intimorito mentre io mi sono semplicemente vista come LaMaestrina che talvolta sono, allo specchio non c'era niente di nuovo da guardare.
Il miei Maestri Clown mi parlavano della sottile differenza che c'è tra il fare pantomima e l'essere realmente un clown, differenza che il pubblico coglie al volo a prescindere dall'età, e all'epoca mi pareva di intuire, di comprendere qualcosa del messaggio che volevano trasmettermi ma nonostante questo non trovavo il pertugio per far nascere il mio.
Inizialmente per forzarlo ad uscire l'avevo privato della parola, la mia armarifugio più potente, per costringerlo a tirare fuori la testa e a rivelarsi esprimendosi diversamente da come aveva fatto fin lì. Macché, peggio ancora, mi bloccavo senza saper bene cosa fare.
Ben presto mi è stato chiaro che stavo nuotando controcorrente, per far nascere il mio clown avrei dovuto seriamente cominciare a considerarlo così com'era e non tentando di tarparlo prima ancora che vedesse la luce.
Insomma, Me e Me dovevano proprio fare pace, non c'era pezza: dovevo accettare che sono anche saccente, sono proprio LaMaestrina così come quasi sempre finiscono per soprannominarmi i miei corsisti adulti, sono la mia schienadritta e sono il sopracciglio che si alza scocciato ogni tanto. Sono la stretta ed altera boccacuore che mi dipingo.
Ma sono anche le ingenue gote rosse che fanno brillare gli occhi, le sopracciglia rotonde e cigliute inarcate di meraviglia e sempre pronte a sottolineare un'espressione, sono il mio rotondo nasorosso che esalta la patata che c'è sotto.
Quando liscio l'abito da clown addosso o gonfio la sua gonna lo faccio orgoliosa, le prime volte lo indossavo davvero come se fosse una maschera e come tale mi pesava, rallentava i miei gesti e li rendeva insicuri e poco convinti.
Ora sento di averlo come meritato, alle mie spalle ho una strada breve ma pur sempre percorsa che mi rinfranca quando ripenso ai miei primi tempi sgomenti, con quella paura di aver fatto il passo più lungo della gamba che era il ritornello del Lunedì.
Rivedrò i bimbi a Maggio, dopo le feste, a un tiro di sputo dallo spettacolo che ancora deve nascere. Confido nella magia che ho sempre visto accadere incredula sotto più volte, quella per cui d'improvviso tutto sembra incastrarsi, andare a posto à la MaryPoppìns. Per buona misura incrocio anche le dita, tò mò.
[P.Cohelo]
In principio era la mia Grande Paura: essere scoperta.
Soffrivo gli sguardi delle Maestre che percepivo come scrutatori, ero sicura che da fuori fosse estremamente chiaro che non avevo mai lavorato prima con i bambini, nonostante mi fossi venduta come una sorta di educatrice, e che pertanto saltasse agli occhi che ero all'oscuro dei loro bisogni e delle loro reazioni.
Ero convinta fosse palese che stavo improvvisando almeno tanto quanto lo era a me che peregrinavo per librerie cercando un testo che facesse al caso mio, che suggerisse un metodo, Il Metodo. Annaspavo tra mille titoli che avrei acquistato in toto senza saper decidere quale potesse essere il migliore sostanzialmente perché non ero convinta, non era chiaro neanche a me dove volevo andare a parare.
Del programma stilato inizialmente non sarei riuscita a mantenere una virgola, ecco come mi sentivo.
Mi prendo tutto il tempo ogni volta che devo indossare il mio costume.
Ho placato quell'ansia da orologio che mi faceva piombare ansante in mezzo ai bambini, truccata alla bellemmeglio, ancora con il cervello altrove. Da un certo punto in poi ho cominciato a sentirlo come necessaria meditazione, tempo ben speso che mi dà la possibilità di prepararmi a quel che vado a fare. Dispongo i colori sul lavandino, tiro fuori la spugnetta e la bagno un po'. Decido sul momento se indossare le calze lunghe rosse o quelle viola corte al ginocchio, a seconda del freddo che sento. Raccolgo i capelli con cura e altrettanto stendo con lentezza il trucco, facendo smorfie per arrotondare gli zigomi da arrossare o arcuando le sopracciglia di sorpresa posticcia per imbiancare lo spazio sotto.
Il primo trucco me lo fece una clownesse esperta che dalla mia faccia tirò fuori proprio quel che d'istinto ho tentato di sfuggire fin dalla prima volta che invece mi sono truccata da sola per uno spettacolo di strada.
Il mio clown era saccente e cattivo, con uno sguardo inquisitorio e il sopracciglio alzato di impazienza e superiorità, un Bianco. Ricordo che i presenti mi guardavano tra l'affascinato e l'intimorito mentre io mi sono semplicemente vista come LaMaestrina che talvolta sono, allo specchio non c'era niente di nuovo da guardare.
Il miei Maestri Clown mi parlavano della sottile differenza che c'è tra il fare pantomima e l'essere realmente un clown, differenza che il pubblico coglie al volo a prescindere dall'età, e all'epoca mi pareva di intuire, di comprendere qualcosa del messaggio che volevano trasmettermi ma nonostante questo non trovavo il pertugio per far nascere il mio.
Inizialmente per forzarlo ad uscire l'avevo privato della parola, la mia armarifugio più potente, per costringerlo a tirare fuori la testa e a rivelarsi esprimendosi diversamente da come aveva fatto fin lì. Macché, peggio ancora, mi bloccavo senza saper bene cosa fare.
Ben presto mi è stato chiaro che stavo nuotando controcorrente, per far nascere il mio clown avrei dovuto seriamente cominciare a considerarlo così com'era e non tentando di tarparlo prima ancora che vedesse la luce.
Insomma, Me e Me dovevano proprio fare pace, non c'era pezza: dovevo accettare che sono anche saccente, sono proprio LaMaestrina così come quasi sempre finiscono per soprannominarmi i miei corsisti adulti, sono la mia schienadritta e sono il sopracciglio che si alza scocciato ogni tanto. Sono la stretta ed altera boccacuore che mi dipingo.
Ma sono anche le ingenue gote rosse che fanno brillare gli occhi, le sopracciglia rotonde e cigliute inarcate di meraviglia e sempre pronte a sottolineare un'espressione, sono il mio rotondo nasorosso che esalta la patata che c'è sotto.
Quando liscio l'abito da clown addosso o gonfio la sua gonna lo faccio orgoliosa, le prime volte lo indossavo davvero come se fosse una maschera e come tale mi pesava, rallentava i miei gesti e li rendeva insicuri e poco convinti.
Ora sento di averlo come meritato, alle mie spalle ho una strada breve ma pur sempre percorsa che mi rinfranca quando ripenso ai miei primi tempi sgomenti, con quella paura di aver fatto il passo più lungo della gamba che era il ritornello del Lunedì.
Rivedrò i bimbi a Maggio, dopo le feste, a un tiro di sputo dallo spettacolo che ancora deve nascere. Confido nella magia che ho sempre visto accadere incredula sotto più volte, quella per cui d'improvviso tutto sembra incastrarsi, andare a posto à la MaryPoppìns. Per buona misura incrocio anche le dita, tò mò.
Comments:
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ok, ok...ma qui urge una bella foto delle tue gote colorate, del nasorosso, delle sopracciglia arcuate ad indicare sorpresa...ma soprattutto degli occhi che brillano e della gonna gonfia e colorata... ;o)
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