Tuesday, April 29, 2008
Poi vado su, vado su, vado su!
Brava! Brava! Come sono brava!
[Mina]
Al risveglio stamattina ho trovato la mia sagoma scomposta dal sonno contornata con una linea bianca come quella che i Grissom tracciano attorno ai cadaveri: l'amabile Bootylicious in questo modo voleva ischerzarmi per la profondità del mio dormire stanotte.
Parti di me che nemmanco ricordavo si sono riunite per urlarmi il loro disappunto, ho un collo, una schiena e delle gambe, nello specifico due, entrambe rigide come ferro.
Nonostante la stanchezza ci ho messo due ore ad addormentarmi, girando e rigirando, poiché continuavo a rivedere le immagini del pomeriggio.
E poi Booty russava come un martello pneumatico.
Sono a pezzi.
Durante il riscaldamento devo ricorrere a tutto il mio desiderio di tornare in forma e rassodare i miei glutei perché bastano 5 minuti di corsa per sdrenare qualsiasi mia velleità atletica.
Sono fuori forma, la mia posizione preferita è da Paolina Borghese sul divanonero, fumo troppo, sono pigra. Bianca dice di sentirci guerrieri mentre corriamo ma io riesco solo a ripetere dentro di me adessofinisce adessofinisce adessofinisce.
Poi finisce per davvero, facciamo Il Saluto al Sole e Sara la Sarda fa i movimenti a modo suo appoggiando gli scuri e sottili piedi nudi nell'erba appena tagliata che, oltre a odorare di buono, attutisce i nostri passi pesanti mentre dalle maglie colorate spuntano pancette alcoliche e solide maniglie dell'amore.
Finalmente dicono che si sale e io sono già pronta perché voglio salire salire salire, alla velocità della luce mi cambio le scarpe e chiedo a chiunque passi che mi leghi sui trampoli con lo scotch marrone che farà da sostituto delle cinghie e delle scarpe fissate con le viti almeno finché non ci prendiamo un po' la mano.
E poi? mi chiedo, perché appena legata stretta sento, come l'altra volta, la difficoltà di ritrovarmi con due gambe più lunghe del solito che si intrecciano tra loro: non posso piegarle, non posso alzarmi, sono bloccata qui.
Mirko, l'ObiWanKenobi depositario della millenaria saggezza dei Trampolisti, mi dice di camminare carponi fino all'albero più vicino dove poi mi tireranno in piedi per lasciarmi lì attaccata a fare su e giù con le gambe per tutto il pomeriggio.
Con occhi supplichevoli guardo Bianca, non voglio strisciare carponi, vabbè che qui si tratta di imparare un nuovo equilibrio ma non credevo che sarei partita gattonando.
Mi dicono punta i piedi (finti) e poggia le mani sulle spalle della persona che ti sta di fronte, poi tirati su.
Eh, facile a dirsi: le mie nuove gambe sono ancora molli, le devo provare, mi sento Bambi che sguilla e non riesce a tenerle dritte, poi arriva MirkoObiWan che, sbrigativo, con un gesto deciso mi tira in piedi volente o nolente, hop!
Non volevo andare carponi e ci sono riuscita, prendo le due mani che mi vengono offerte, una a destra e una a sinistra, e con passi incerti mi faccio condurre verso l'albero più vicino.
Tira su le ginocchia, dicono, come se facessi il soldatino, come se dovessi dare un calcio in culo a chi ti sta davanti, non muovere le spalle e il bacino, tira su quelle ginocchia dunque!
Sono Anakin Skywalker.
Non sto capita e non sono per nulla paziente. Alzo le ginocchia per un po' visto che tutti quanti insistono che è importantissimo, che imparare adesso i movimenti giusti ci farà camminare bene in futuro, ma la mia mèta è staccarmi dall'albero.
Mi è rimasto incastrato dentro dall'altra volta, avevo provato i trampoli sì ma non avevo mai lasciato le mani o l'albero davanti al quale mi avevano lappoggiata. Stavolta voglio capire com'è per davvero, prendendomi il rischio di cadere, avanti o indietro che sia, voglio capire come si appoggia il peso e quanta paura avrò.
Mentre continuo a pestare i trampoli in terra faccio piccole prove lasciando la corteccia ogni tanto mentre piano piano gli alberi attorno si affollano degli altri che salgono su e come me pigiano in terra abbarbicati al tronco.
Le nostre maestre ci fanno fare brevi promènades da albero ad albero come in un gioco dei quattro cantoni per gente che si muove poco e male mentre io, poco a poco, mi stacco. Prendo distanza dal tronco e due o tre volte mi sento cadere all'indietro ma d'istinto i piedifinti fanno quel che i piediveri gli comandano da sopra, con piccoli passi e aggiustamenti mi bilancio e sto su da sola, a braccia aperte per trovare il baricentro.
Lo faccio per un po', in compagnia di Pino che vuole sapere come faccio a stare su e perché i miei trampoli gli sembrano più alti dei suoi finché anche lui comincia a staccarsi. Ci guardiamo, ridiamo, facciamo finta di essere già esperti e ci bulliamo l'uno dell'altra.
Poi succede.
Invece di aspettare la mano delle maestre punto l'albero di fronte decisa e vado, con dentro una paura simile a quella che mi prendeva da piccola quando mi sfidavano a provare un gioco nel quale era possibile farsi del male seriamente, una specie di leggero vuoto alla bocca dello stomaco simile a quello delle montagne russe che poi passa non appena comincia la discesa.
E d'improvviso mi sembra tutto infinitamente chiaro.
Raddrizzo la postura, sollevo la testa e guardo avanti, per camminare non devo sottrarmi intimorita ma poggiare con tutto il mio peso sui piedifinti come fossero davvero miei, riacquisto le mie gambe e come un Frankeinstein appena creato deambulo verso il tronco più vicino fingendo per imbarazzo di non sentire le esclamazioni di sorpresa e i complimenti degli altri che mi guardano.
Macché brava e brava che sembra un'ubriaca!, MirkoObiWan gela così la soddisfazione dei miei primi passi e l'Anakin che c'è in me gli dedica una linguaccia con muso annesso della durata di un minuto buono, che pazienza che ci vuole con gli Ingegneri.
Io mi godo la sensazione di sorpresa che deriva dal fatto che sento famigliare questo nuovo muovermi, non è nè facile nè difficile ma quasi naturale ed è impossibile perché è anche tutto nuovo.
Nelle ore seguenti provo distanze sempre più lunghe abituandomi all'erba morbida e scivolosa o alla terra dura e sconnessa, rischio di cadere faccia in avanti ma un provvidenziale cestino mi salva in extremis, ho messo in preventivo che prima o poi cadrò e quando accadrà spero di sapermi girare d'istinto come perfino il grasso Booty sa fare.
La timida Giulia si stacca e cammina diritta e sicura senza mani mentre le sue amiche Martina e Mina la guardano tra l'invidioso e il felice dal loro albero.
La piccolissima Susanna non si stacca, tiene i trampoli storti perché non ci si appoggia del tutto, dice che una volta salita le è venuta paura ma poi con il procedere del pomeriggio la vedo portata in giro spesso e i suoi passi sono sempre più tranquilli anche se ancora un po' a scatti.
Io vengo sgridata ogni due per tre, tira su le ginocchia!, non muovere le spalle!, non buttare i trampoli indietro!, e io m'impegno, lo giuro, ma è che mentre cammino mi sento una giraffa, sono dinoccolata e serafica nel mio incedere solenne attraverso questa savana di periferia.
Scende la sera e gli alberi si illuminano con i fili di lucine intrecciate da ramo a ramo, uno a uno cominciamo a scendere e a togliere lo scotch da ginocchia e piedi per poi allungarci nell'erba umida e fresca, infine rimaniamo in pochi attorno al tavolo di legno sulle panche là fuori mentre fumiamo e ci raccontiamo che bello che è.
Brava! Brava! Come sono brava!
[Mina]
Al risveglio stamattina ho trovato la mia sagoma scomposta dal sonno contornata con una linea bianca come quella che i Grissom tracciano attorno ai cadaveri: l'amabile Bootylicious in questo modo voleva ischerzarmi per la profondità del mio dormire stanotte.
Parti di me che nemmanco ricordavo si sono riunite per urlarmi il loro disappunto, ho un collo, una schiena e delle gambe, nello specifico due, entrambe rigide come ferro.
Nonostante la stanchezza ci ho messo due ore ad addormentarmi, girando e rigirando, poiché continuavo a rivedere le immagini del pomeriggio.
E poi Booty russava come un martello pneumatico.
Sono a pezzi.
Durante il riscaldamento devo ricorrere a tutto il mio desiderio di tornare in forma e rassodare i miei glutei perché bastano 5 minuti di corsa per sdrenare qualsiasi mia velleità atletica.
Sono fuori forma, la mia posizione preferita è da Paolina Borghese sul divanonero, fumo troppo, sono pigra. Bianca dice di sentirci guerrieri mentre corriamo ma io riesco solo a ripetere dentro di me adessofinisce adessofinisce adessofinisce.
Poi finisce per davvero, facciamo Il Saluto al Sole e Sara la Sarda fa i movimenti a modo suo appoggiando gli scuri e sottili piedi nudi nell'erba appena tagliata che, oltre a odorare di buono, attutisce i nostri passi pesanti mentre dalle maglie colorate spuntano pancette alcoliche e solide maniglie dell'amore.
Finalmente dicono che si sale e io sono già pronta perché voglio salire salire salire, alla velocità della luce mi cambio le scarpe e chiedo a chiunque passi che mi leghi sui trampoli con lo scotch marrone che farà da sostituto delle cinghie e delle scarpe fissate con le viti almeno finché non ci prendiamo un po' la mano.
E poi? mi chiedo, perché appena legata stretta sento, come l'altra volta, la difficoltà di ritrovarmi con due gambe più lunghe del solito che si intrecciano tra loro: non posso piegarle, non posso alzarmi, sono bloccata qui.
Mirko, l'ObiWanKenobi depositario della millenaria saggezza dei Trampolisti, mi dice di camminare carponi fino all'albero più vicino dove poi mi tireranno in piedi per lasciarmi lì attaccata a fare su e giù con le gambe per tutto il pomeriggio.
Con occhi supplichevoli guardo Bianca, non voglio strisciare carponi, vabbè che qui si tratta di imparare un nuovo equilibrio ma non credevo che sarei partita gattonando.
Mi dicono punta i piedi (finti) e poggia le mani sulle spalle della persona che ti sta di fronte, poi tirati su.
Eh, facile a dirsi: le mie nuove gambe sono ancora molli, le devo provare, mi sento Bambi che sguilla e non riesce a tenerle dritte, poi arriva MirkoObiWan che, sbrigativo, con un gesto deciso mi tira in piedi volente o nolente, hop!
Non volevo andare carponi e ci sono riuscita, prendo le due mani che mi vengono offerte, una a destra e una a sinistra, e con passi incerti mi faccio condurre verso l'albero più vicino.
Tira su le ginocchia, dicono, come se facessi il soldatino, come se dovessi dare un calcio in culo a chi ti sta davanti, non muovere le spalle e il bacino, tira su quelle ginocchia dunque!
Sono Anakin Skywalker.
Non sto capita e non sono per nulla paziente. Alzo le ginocchia per un po' visto che tutti quanti insistono che è importantissimo, che imparare adesso i movimenti giusti ci farà camminare bene in futuro, ma la mia mèta è staccarmi dall'albero.
Mi è rimasto incastrato dentro dall'altra volta, avevo provato i trampoli sì ma non avevo mai lasciato le mani o l'albero davanti al quale mi avevano lappoggiata. Stavolta voglio capire com'è per davvero, prendendomi il rischio di cadere, avanti o indietro che sia, voglio capire come si appoggia il peso e quanta paura avrò.
Mentre continuo a pestare i trampoli in terra faccio piccole prove lasciando la corteccia ogni tanto mentre piano piano gli alberi attorno si affollano degli altri che salgono su e come me pigiano in terra abbarbicati al tronco.
Le nostre maestre ci fanno fare brevi promènades da albero ad albero come in un gioco dei quattro cantoni per gente che si muove poco e male mentre io, poco a poco, mi stacco. Prendo distanza dal tronco e due o tre volte mi sento cadere all'indietro ma d'istinto i piedifinti fanno quel che i piediveri gli comandano da sopra, con piccoli passi e aggiustamenti mi bilancio e sto su da sola, a braccia aperte per trovare il baricentro.
Lo faccio per un po', in compagnia di Pino che vuole sapere come faccio a stare su e perché i miei trampoli gli sembrano più alti dei suoi finché anche lui comincia a staccarsi. Ci guardiamo, ridiamo, facciamo finta di essere già esperti e ci bulliamo l'uno dell'altra.
Poi succede.
Invece di aspettare la mano delle maestre punto l'albero di fronte decisa e vado, con dentro una paura simile a quella che mi prendeva da piccola quando mi sfidavano a provare un gioco nel quale era possibile farsi del male seriamente, una specie di leggero vuoto alla bocca dello stomaco simile a quello delle montagne russe che poi passa non appena comincia la discesa.
E d'improvviso mi sembra tutto infinitamente chiaro.
Raddrizzo la postura, sollevo la testa e guardo avanti, per camminare non devo sottrarmi intimorita ma poggiare con tutto il mio peso sui piedifinti come fossero davvero miei, riacquisto le mie gambe e come un Frankeinstein appena creato deambulo verso il tronco più vicino fingendo per imbarazzo di non sentire le esclamazioni di sorpresa e i complimenti degli altri che mi guardano.
Macché brava e brava che sembra un'ubriaca!, MirkoObiWan gela così la soddisfazione dei miei primi passi e l'Anakin che c'è in me gli dedica una linguaccia con muso annesso della durata di un minuto buono, che pazienza che ci vuole con gli Ingegneri.
Io mi godo la sensazione di sorpresa che deriva dal fatto che sento famigliare questo nuovo muovermi, non è nè facile nè difficile ma quasi naturale ed è impossibile perché è anche tutto nuovo.
Nelle ore seguenti provo distanze sempre più lunghe abituandomi all'erba morbida e scivolosa o alla terra dura e sconnessa, rischio di cadere faccia in avanti ma un provvidenziale cestino mi salva in extremis, ho messo in preventivo che prima o poi cadrò e quando accadrà spero di sapermi girare d'istinto come perfino il grasso Booty sa fare.
La timida Giulia si stacca e cammina diritta e sicura senza mani mentre le sue amiche Martina e Mina la guardano tra l'invidioso e il felice dal loro albero.
La piccolissima Susanna non si stacca, tiene i trampoli storti perché non ci si appoggia del tutto, dice che una volta salita le è venuta paura ma poi con il procedere del pomeriggio la vedo portata in giro spesso e i suoi passi sono sempre più tranquilli anche se ancora un po' a scatti.
Io vengo sgridata ogni due per tre, tira su le ginocchia!, non muovere le spalle!, non buttare i trampoli indietro!, e io m'impegno, lo giuro, ma è che mentre cammino mi sento una giraffa, sono dinoccolata e serafica nel mio incedere solenne attraverso questa savana di periferia.
Scende la sera e gli alberi si illuminano con i fili di lucine intrecciate da ramo a ramo, uno a uno cominciamo a scendere e a togliere lo scotch da ginocchia e piedi per poi allungarci nell'erba umida e fresca, infine rimaniamo in pochi attorno al tavolo di legno sulle panche là fuori mentre fumiamo e ci raccontiamo che bello che è.

