Thursday, April 10, 2008

You can learn many things from children.
How much patience you have, for instance.
[F.P. Jones]

La Palestra.
Per la prima volta ci concedono la palestra e visto che è vicino lo spettacolo finale di maggio con tutti i genitori, in quella stessa piazza dove due anni fa a esibirsi c'era una Me spaventata ed eccitata, andiamo a fare le prove lì.
Forse hanno messo qualcosa sulla soglia o nell'aria, fatto sta che i bimbi esplodono come razzetti non appena varchiamo l'uscio, dopo aver attraversato il corridoio su cui si affacciano le classi elementari da cui spuntano curiosi che mi additano e mi riconoscono "ciao pagliaccio!".
Ovunque mi giri è tutto un correre di bimbi dalle gambe corte e dal fiato interminabile, bimbi che cadono, rimbalzano e si rimettono a correre, bimbi che si scontrano frontalmente, bimbi che si spingono, bimbi che urlano a squarciagola. I più timidi invece sono seduti, ordinati come uccellini sul filo della luce, uno di fianco all'altro a contemplare la follia di tutti gli altri che corrono come motorini.
Mi tuffo in mezzo al marasma con le mie gambelunghe, con due falcate ne acchiappo tre e ne impaurisco altri con la mia splendida imitazione di un tirannosauro che ruggisce, del resto ho un TRex originale a casa che mi dona sempre molti spunti.
Siamo tutti matti, urliamo, nitriamo, abbaiamo e ululiamo, sembra che non smetteremo mai più di correre.
Nell'intervallo tra primo e secondo gruppo rivedo l'enorme Orlando che ha tagliato la sua cresta e prima di richiudere la porta della palestra faccio in tempo ad ammonire Eric di non parlare troppo in francese e a farmi regalare un pezzo di merenda da Michele, sempre piccolo e sempre chiassoso.
Appena mi volto è tutto un brulicare di bimbi che mettono in scena tutti i peggiori incubi del genitore apprensivo, sembra la pubblicità del don't try this at home e per qualche attimo rimango orripilata a guardare.
Ci sono bimbi appesi sulle alte spalliere e altri che le scalano senza timore con la chiara intenzione di provare ad appendersi a testa ingiù. Ci sono bimbi in piedi sulla trave là in fondo e altri che cercano di rovesciarsi addosso pesanti strutture di ferro accatastate e semi-nascoste da materassini blu.
Chiamarli non serve, sono inebriati dallo spazio che hanno a disposizione e dalle loro facce paonazze intuisco che sono pronti a vomitare l'anima prima di fermare la loro corsa senza scopo se non quello di pompare spinta nei piedini alati.
Urlo da perdere la voce, li inseguo ma è un gioco perverso, ne fermo due e me ne scappano tre. Tra un fuggitivo e l'altro la maestra mi chiede serafica se deve fare qualcosa o se invece faccio tutto io ma invece di picchiarla, come forse sarebbe giusto, mi ritengo contenta che almeno lei non si metta a correre nello spazio, la sua mole non mi consentirebbe di placcarla efficacemente come invece avviene per i bimbi.
Stremata li riporto in classe, insoddisfatta di me stessa che non sono riuscita a trovare un modo buffo di fermare o incanalare al meglio questa loro energia inespressa di bimbi che passano le giornate a casa con i Gormiti invece che grattugiarsi le ginocchia sull'asfalto dei campetti.
Davanti alla porta Esther mi rimprovera addolorata perché chiamo stellina Matilde e lei aggrappandosi più forte che mai al mio costume dice no! sono io Stellina!
Al momento di andarmene Francesco si arrabbia come spesso gli accade e mi corre incontro con il braccio teso dietro le spalle, la rincorsa del pugno che mi arriverà. Apro le braccia e lo afferro, sorride e continuo baciandogli tutta la faccia che si riempie del mio rosso di naso e guance.
Stavolta, invece di pulirsi disgustato come sempre accade, ride gorgogliante e mi porge l'altra guancia per farsi arrossare anche quella.

Giacomo.
Le prime volte non c'era e le maestre si dichiaravano soddisfatte della sua assenza e mi preavvertivano: ah, quando c'è lui è un disastro, è tremendo, non si riesce a fare niente.
In realtà Giacomo è un bimbo tranquillo, soltanto che vive in un suo mondo e molto difficilmente si riesce a coinvolgerlo nelle attività comuni. Sembra non reagire mai ai richiami, alle proposte, al suono della mia voce che legge.
Ma il giorno che l'ho sollevato e gli ho fatto sorvolare la classe come un aeroplanino ho visto chiaramente il suo sorriso anche senza sentire le risate e ho percepito il suo corpo completamente abbandonato per sfruttare qualsiasi corrente d'aria gli regalassero le mie braccia-ali che hanno fatto molta più fatica a sostenere un peso morto. Gli altri bimbi, anche se gradiscono volare, hanno sempre qualche reticenza fisica, me ne accorgo quando viro all'improvviso e sento la loro leggera resistenza o irrigidimento, ma lui no, Giacomo si lascia andare in balia della sensazione.
Ieri aveva il naso sporco di pennarello blu e così abbiamo guardato insieme la differenza allo specchio dove poi si è fermato a lungo per ammirare i baffi neri e arricciati che gli avevo disegnato.
Il loro spettacolo è una danza delle nostre montagne chiamata manfrina che si balla in gruppi di 4 bimbi, due maschi e due femmine che girano in cerchio e si corteggiano a suon di musica.
Il primo giro ho messo i suoi piedini sui miei e l'ho tenuto adeso a me ballando come se fossimo una sola persona. Credevo fosse inerte nel farsi trascinare in questo ballo ma poi ho cominciato a notare che sollevava i piedi per provare l'appoggio e cercare di intercettare prima i miei spostamenti per muoverci insieme. Mano a mano i miei movimenti si sono fatti più pesanti a causa della stanchezza del tenerlo e lui ha chiaramente protestato: piede, piede! mi ha detto guardandomi con la solita faccina impassibile quando ha perso il ritmo e si è trovato con la minuscola scarpa sollevata nell'aria senza sapere dove riappoggiarla.
Il giro dopo sono andata in un altro cerchio ma quando la musica è ripartita ho visto che Giacomo non era stato incluso in nessuno dei cerchi formati, tutti giravano e così lui su se stesso, solo, senza la mano di nessun compagno.

Dzasim.
Dzasim fa la III elementare ma è talmente piccolo che credevo fosse di prima. Suo fratello Ilydi è identico anche se ha due anni in più ed entrambi sono macedoni.
Con le elementari ho progetti ambiziosi, forse troppo: vorrei portare nella piazza un Piccolo Circo che stupisca per primi i bambini stessi ed è per questo che dopo esserci riscaldati con qualche gioco li raduno in cerchio e gli propongo di lavorare insieme per creare qualcosa tutti insieme.
Il silenzio è assoluto come quando leggo una favola particolarmente splatter o complicata per i tanti personaggi.
Ferdouse è agile e sottile, sempre ridente con il bel viso incorniciato da un velo di colore rosa che mi impedisce di conoscere il colore e la forma dei sui capelli che immagino come quelli di suo fratello Ayoub, silenzioso e compresso che si mostra indifferente a ogni gioco ma che poi, suo malgrado, si infuoca.
Ferdouse è l'ultima delle bimbe che hanno dichiarato, non sempre dicendo la veraverità, di saper fare la ruota e che diventeranno la Squadra di Ginnaste Rumene. Attraversa il cerchio in rondata, non una come le altre ma due, riatterra sempre perfetta e bilanciata e io la immagino già sull'acciottolato della piazza a prendersi il suo applauso.
Ho fatto 30 e faccio 31: proviamo le piramidi? propongo pur sapendo i rischi di sicurezza a cui vado incontro, motivo per il quale tengo sempre un occhio periferico incollato alle espressioni delle maestre che stanno a guardare fuori dal cerchio.
Per la base scelgo bimbi grossi o già alti per la loro età, in mezzo ci finisce anche la rossa Bernardita che assomiglia a una ragazzina delle medie. Quando si mettono a quattro zampe con le ginocchia sul duro pavimento gli spiego come tenere la schiena senza incurvarla, li avvicino spalla contro spalla in modo che diventino un unico appoggio per chi salirà.
Per il secondo strato chiedo chi non ha paura e si sente sicuro e le braccia alzate a dire io! io! diminuiscono notevolmente di numero: salgono l'intrepida Ferdouse che freme per essere la punta e l'apparentemente perplesso Ayoub.
Per la punta nessuna mano si alza e solo Dzasim mi si avvicina senza che nessuno cerchi di rubargli il posto.
Sei pronto? gli chiedo per aiutarlo a salire ma lui sta già scalando le membra altrui per arrivare sulla vetta, appoggia con cura e dolcezza le ginocchia sulle schiene sottili che ha sotto di sè e quando è in cima saluta smaliziato con una mano il cerchio che sta silenzioso e in trepida attesa così come spero che starà il pubblico davanti al quale ci esibiremo.
L'applauso esplode spontaneo e la piramide vacilla leggermente di gioia, di nuovo si alzano mille mani perché tutti a questo punto vogliono far parte di una piramide
Ma dove sarai tu? mi chiedono in tanti quando gli prospetto, con i toni entusiastici e monumentali dell'imbonitore che sarò in piazza, i colori, l'emozione e la felicità dell'esibirsi in pubblico.
Io sarò lì con voi, dico e questo, incredibilmente, sembra tranquillizzarli.

Comments:
oddio che bello...oddio che bello!
che poesia, mi sono commossa!
davvero!
bravissima.
 
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