Monday, May 11, 2009
Children need love, especially when they do not deserve it.
[H. Hulbert]
Ho amici con i miei stessi bioritmi fatti di strani orari lavorativi e disponibilità alle chiacchiere notturne, amanti dei pasti takeaway o degli aperitivi lunghi. Pur senza averlo deciso il mondo crescendo diventa sempre più a immagine e somiglianza del mio stesso modo di vivere.
L'ansia da Saggio quest'anno non c'è poiché, memore del maggio passato, ho fatto tesoro dell'aver imparato che i saggi finali sono cosa da adulti che devono mostrare ai genitori quanto hanno stimolato i loro figlioli.
Io mi sono adagiata al ritmo dei miei bimbi di cui ho imparato tutti i nomi, proprio a un passo dal non vederli più ma proprio più. Cambia il Sindaco, cambiano le mode e cambio io che sono costretta a sperimentarmi ancora una volta altrove.
Mi chiedo di Alice, se la sua rabbia invalicabile troverà uno sfogo o semplicemente una spiegazione, un orecchio che la accolga e la faccia svanire. Mi chiedo di Kevin, se crescerà come uno dei tanti matti del paese o come il bambino particolare che in effetti è, il bivio è ingannevole e non so quale strada imboccherà. Mi chiedo di Alessia che piange per un nonnulla e ha crisi isteriche quando perde nei giochi di squadra, mi chiedo di Alena che approfitta di una furbizia e un'altezza insolite per la sua età spingendo e scazzottando i più piccoli per mostrare poi un sorriso smagliante e falsissimo quando viene scoperta e ripresa. Mi chiedo quando tutti quei capelli biondi e finissimi si inspessiranno scurendosi.
Ho imparato dai bambini che spesso una cosa non va fatta per forza esattamente in quel modo lì ma piuttosto va fatta a immagine e somiglianza di com'è ognuno di noi. Non importano le parole giuste delle canzoni che dovremmo cantare al saggio, non importano i movimenti sincronizzati che sono solo degli adulti corrotti dalla ricerca di un'improbabile perfezione, qui ci sono esserini che si urtano, sbagliano il verso del girotondo, rotolano a mazzi in terra per poi rialzarsi e riprendere come se nulla fosse successo.
Importa esserci, così come si è.
A ben pensare quel che dei bambini fa ridere gli adulti e li intenerisce forse è proprio questo loro chiarissima fragilità e imperfezione, così palesi e senza conseguenze, è tutto un gioco al quale partecipare.
Invidio questa loro capacità di sbagliare platealmente senza paura perché a me sembra di averla sempre contenuta questa paura qui, di aver sempre posseduto un retrogusto di panico che mi guastava il sapore di ogni esperimento. Mi pare di essere sempre stata divisa tra l'ovvia volontà di buttarmi e l'immediato blocco di paura che mi prende, motivo per cui mi butto nelle cose a metà, ci sono (e tanto!) ma con il palonelculo che mi fa sembrare sempre frenata o appena un passo più in là.
L'ultimo giorno di quest'anno li ho stretti e baciati tutti venendo ricambiata e non sapendo rispondere al perché non andrò più da loro i Lunedì.
Non dispero perché ho ancora tanto da imparare dai miei nasinirossi.
Domani lo spettacolo finale.
In principio sono materiali grezzi e persone sconosciute.
Poi sono aste arrotondate sugli spigoli, limate quanto e dove serve, e le prime battute e risate che nascono sugli errori di montaggio e in mezzo all'odore di colla che un po' inebria.
La costruzione è dentro e fuori di noi, assembliamo trampoli e nel contempo limiamo le nostre persone per incastrarci come in uno strano puzzle che sembrava nato con pezzi troppo diversi per poter mostrare la sua immagine.
E invece comincio a vederla spuntare tra rivetti martellati storti e birra tiepida che gira di mano in mano.
Il cuore si riempie, la mente si svuota.
[H. Hulbert]
Ho amici con i miei stessi bioritmi fatti di strani orari lavorativi e disponibilità alle chiacchiere notturne, amanti dei pasti takeaway o degli aperitivi lunghi. Pur senza averlo deciso il mondo crescendo diventa sempre più a immagine e somiglianza del mio stesso modo di vivere.
L'ansia da Saggio quest'anno non c'è poiché, memore del maggio passato, ho fatto tesoro dell'aver imparato che i saggi finali sono cosa da adulti che devono mostrare ai genitori quanto hanno stimolato i loro figlioli.
Io mi sono adagiata al ritmo dei miei bimbi di cui ho imparato tutti i nomi, proprio a un passo dal non vederli più ma proprio più. Cambia il Sindaco, cambiano le mode e cambio io che sono costretta a sperimentarmi ancora una volta altrove.
Mi chiedo di Alice, se la sua rabbia invalicabile troverà uno sfogo o semplicemente una spiegazione, un orecchio che la accolga e la faccia svanire. Mi chiedo di Kevin, se crescerà come uno dei tanti matti del paese o come il bambino particolare che in effetti è, il bivio è ingannevole e non so quale strada imboccherà. Mi chiedo di Alessia che piange per un nonnulla e ha crisi isteriche quando perde nei giochi di squadra, mi chiedo di Alena che approfitta di una furbizia e un'altezza insolite per la sua età spingendo e scazzottando i più piccoli per mostrare poi un sorriso smagliante e falsissimo quando viene scoperta e ripresa. Mi chiedo quando tutti quei capelli biondi e finissimi si inspessiranno scurendosi.
Ho imparato dai bambini che spesso una cosa non va fatta per forza esattamente in quel modo lì ma piuttosto va fatta a immagine e somiglianza di com'è ognuno di noi. Non importano le parole giuste delle canzoni che dovremmo cantare al saggio, non importano i movimenti sincronizzati che sono solo degli adulti corrotti dalla ricerca di un'improbabile perfezione, qui ci sono esserini che si urtano, sbagliano il verso del girotondo, rotolano a mazzi in terra per poi rialzarsi e riprendere come se nulla fosse successo.
Importa esserci, così come si è.
A ben pensare quel che dei bambini fa ridere gli adulti e li intenerisce forse è proprio questo loro chiarissima fragilità e imperfezione, così palesi e senza conseguenze, è tutto un gioco al quale partecipare.
Invidio questa loro capacità di sbagliare platealmente senza paura perché a me sembra di averla sempre contenuta questa paura qui, di aver sempre posseduto un retrogusto di panico che mi guastava il sapore di ogni esperimento. Mi pare di essere sempre stata divisa tra l'ovvia volontà di buttarmi e l'immediato blocco di paura che mi prende, motivo per cui mi butto nelle cose a metà, ci sono (e tanto!) ma con il palonelculo che mi fa sembrare sempre frenata o appena un passo più in là.
L'ultimo giorno di quest'anno li ho stretti e baciati tutti venendo ricambiata e non sapendo rispondere al perché non andrò più da loro i Lunedì.
Non dispero perché ho ancora tanto da imparare dai miei nasinirossi.
Domani lo spettacolo finale.
In principio sono materiali grezzi e persone sconosciute.
Poi sono aste arrotondate sugli spigoli, limate quanto e dove serve, e le prime battute e risate che nascono sugli errori di montaggio e in mezzo all'odore di colla che un po' inebria.
La costruzione è dentro e fuori di noi, assembliamo trampoli e nel contempo limiamo le nostre persone per incastrarci come in uno strano puzzle che sembrava nato con pezzi troppo diversi per poter mostrare la sua immagine.
E invece comincio a vederla spuntare tra rivetti martellati storti e birra tiepida che gira di mano in mano.
Il cuore si riempie, la mente si svuota.

