Sunday, August 09, 2009

All the world is a laboratory to the inquiring mind.
[M.H. Fischer]


Quando io e Martina scendiamo per ultime dalla stradina che i bimbi urlanti hanno già percorso ci si staglia davanti un enorme prato pieno di balle di fieno appena fatte e un panorama mozzafiato di cielo e colline lontane.
I bimbi si sono accampati con gli zaini in cerchio sotto a un grande albero ombroso, l'unico in questo mare verdeggiante e caldissimo, e obbedienti ai voleri della marziale Rosella stanno fermi a guardare, incerti e bloccati, senza assaggiare il nuovo luogo in cui siamo approdati dopo una passeggiata in fila indiana in mezzo a questi boschi.
Io invece, forse perché oggi mi sento dissident, senza chiedere il permesso ho indossato il mio cappello da uomo al posto dell'insulso cappellino con la visiera e il marchio del mio attuale datore di lavoro, il Signore Delle Colonie Estive, che tutti quanti sono stati costretti a mettersi per scongiurare le eventuali insolazioni e i rimbrotti di Rosella che è deputata alla cure di ogni malattia.
Il pratone mi apre qualcosa dentro, si aggancia a un ricordo lontano eppur vicino, come fosse ieri.
Butto la maglia, getto lo zaino e quasi senza accorgermene comincio ad andare verso le balle di fieno, dapprima camminando e poi correndo per arrivare il prima possibile.
Senza esitazione mi accorgo che ricordo come salirci sopra, scavando gradini nella balla con piccoli calci e appendendomi al laccio di nilon che la avvolge e brucia le dita quando si scivola, e in un attimo sono su.
Quando mi giro a guardare scopro che i bimbi mi hanno seguito e laboriosi come formiche si accalcano sulle balle per tentare la stessa cosa: immediatamente, come per riflesso condizionato, penso alla disapprovazione di Rosella visto che, incurante della disciplina e dell'ipotetico pericolo di cadute o storte, ho dato prima tra tutti il Cattivo Esempio.
Ciononostante spiego con la mia voce calma come salire, tiro mani e spingo piccoli culi in modo che ognuno di loro provi l'ebbrezza sciocca ma liberatoria che sto provando io in questo esatto momento.

Le Regole della Colonia sono chiare: sorveglianza, programmazione, zero spazio all'improvvisazione. La giornata viene farcita di attività in modo che per i bambini non ci sia il tempo di annoiarsi ma neanche quello di esprimersi, penso io. Le AM, attività mattutine, prevedono laboratori manuali, al pranzo segue la Siesta, animata da braccialetti di perline e aereoplanini di carta da lanciare giù per le discese, le attività pomeridiane ci impegnano in cacce al tesoro, olimpiadi e passeggiate e dopo cena tutti di corsa a lavarsi i denti, prendere la giacca e recarsi a passo di marcia nel Salone dove si svolgerà l'immancabile Serata. Non appena un bambino tenta di comportarsi da tale, provando ad esempio a correre liberamente o a godersi il panorama appollaiato sulla staccionata di legno, viene immediatamente ricondotto alla ragione e rintruppato insieme a tutti gli altri. La vigilanza è costante e assidua, perfino su me e Martina che pure saremmo educatrici. In realtà mi si è scaldato il cuore quando i bambini mi hanno etichettato come bambina_alta dandomi sempre la possibilità di partecipare con loro ai giochi e mettendomi a parte dei loro segreti, delle scaramucce, degli amori in corso. A volte mentre mi rifugio per fumare una sigaretta di straforo sulle scale fuori dal Salone, a loro vietate perché sai mai che precipitino e si sfrangano rovinosamente a terra, sento gli occhi colmarsi di lacrime e la pancia di quella che assomiglia indiscutibilmente a pura felicità di essere lì mentre le nuvole passano veloci o le lucciole lampeggiano numerose. Sento le voci dei bambini, chi non vuole fare la doccia, chi si chiama da un piano all'altro, chi semplicemente si sfoga con urla belluine, e mi commuovo pensandoli anche un po' miei, sapendo che li ricorderò a lungo.

Per precauzione stavolta chiedo e ottengo il permesso di togliere l'enorme maglia bianca&rossa che permette a chiunque e dovunque di identificarmi come Educatrice in mezzo alla masnada di bimbi.
Riprendo possesso di me scoprendo in quell'esatto momento, proprio mentre mi sfilo la maglia e godo del sole cocente sulle spalle nude, che la maglie e le regole della Colonia mi pesano più di quanto potessi immaginare.
L'aria è un soffione caldo, mi sciolgo la coda per sentire i capelli muoversi al vento, tento di mantenere la necessaria attenzione sui bambini che continuano a salire imperterriti nonostante gli sguardi di riprovazione di Rosella e la sua vociona che li richiama all'ombra, almeno fino a dopo pranzo, ma non ci riesco, qualcosa mi smotta dentro ed è un sentimento strano e indefinibile che mi rapisce totalmente.
Penso alla fortuna che ho avuto di poter sperimentare follie senza che gli adulti che erano con me mi frenassero, ricordo di aver scalato cascatelle rocciose, di essermi lanciata giù per discese innevate sopra a un piccolo sacco nero della spazzatura come slittino, di aver guidato l'automobile a 10 anni, di aver cavalcato balle di fieno a giugno graffiandomi inesorabilmente i delicati avambracci senza che nessuno mi ricoprisse di inutile crema antiallergie.
Ho potuto rompermi caviglie e riempirmi di cicatrici che ancora oggi ritrovo sul mio corpo di adulta non troppo convinta e capisco che quel che mi trattiene e mi costringe è proprio l'impossibilità di dare la stessa cosa ai bambini che mi è stato detto di badare come fossero di vetro.
Ogni volta che li devo frenare sento dentro un moto di ribellione e nel corso dei giorni ho optato per una tattica mista: se sono osservata li redarguisco diligente per poi strizzargli inaspettata l'occhio fingendo di non vedere quel che stanno per fare.

La cuoca Mimma mi accoglie sempre in cucina e mi fa assaggiare per prima tutto quel che cucina, ridendo stupita ogni giorno della mia golosità che contrasta con le estremità ossute che porto in giro nei pantaloni fuori ordinanza e nelle maglie regolamentari che da brava freddolosa che sono nascondo sempre mio malgrado sotto felpe colorate e foulard freakkettoni. Nelle foto che vengono scattate per dimostrare quanto si divertono qui i bambini mi confondo in mezzo a loro e risulto poco rintracciabile a differenza di Rosella che è sempre perfettamente a regime.
Da lei cerco fin dal primo giorno di apprendere come funziona qui, riesco stranamente a calarmi nel ruolo di neofita fuori tempo massimo e ascolto avida tutto quel che mi dice, fidandomi della sua esperienza millenaria di mandriana di bambini. Lei sembra sapere tutto in ogni occasione e pertanto appare incapace di ascoltare e accogliere gli spunti che le arrivano dall'esterno, il suo mondo mentale è fatto di giochi che sempre uguali si ripetono di anno in anno, da struttura a struttura, ama quel che conosce e non si sposta da quel che ha dato e quindi darà risultati sicuri.
I primi giorni mi guarda strano ma poi si arrischia a chiedermi a voce bassa, nell'orecchio per non essere vista, i nomi dei bambini che vuole richiamare poiché io li conosco già tutti nonostante la mia aria svagata e poco presente.
Sento e so di sembrare fuori centro, con la testa altrove quando mi vengono ripetuti per l'ennesima volta i rigidi orari a cui dobbiamo abituare i bambini e mi sento sempre un po' un colpa quando mi viene fatto notare che difficilmente riuscirò a seguirli come si deve se io per prima me li scordo. D'altronde la mia vita a casa è il più possibile priva di orologi, in piena ribellione all'ansia di ritardo ed irreparabilità che i miei genitori mi trasmettevano per qualsiasi cosa. Altrettanto sento che Rosella non mi capisce, si vede che per lei sono un curioso animale o semplicemente un'educatrice che a volte è da richiamare tanto quanto i bambini ma per mia fortuna intuisce il rapporto che sono riuscita a instaurare con loro e a parte piccole puntualizzazioni mi lascia campo libero, mi fa respirare.
Martina è molto più piccola di noi due e da grande vuole fare statistiche sul territorio e non la guardiana di creaturine nonostante il suo carattere dolce ma deciso faccia di lei un'ottima educatrice e una cara compagna di avventura. La sua vocina flebile non supera quella dei bambini e spesso mi chiede aiuto usandomi come microfono, io la lascio dormire mezz'ora in più la mattina e lei sopporta che io scompaia senza dire dove vado quando mi coglie imperioso il bisogno di spegnere del tutto l'attenzione e accendermi una sigaretta proibita. La notte, dopo la riunione quotidiana una volta che i bimbi sono stati messi a letto, ci facciamo compagnia a fumare sulle scomode panche di legno con le orecchie attente ai rumori degli animali che non si fanno mai vedere di giorno. Mimma la chiama la mia figliolina e le riempie il piatto prima di tutte noi ma io non sono gelosa perché a me vengono lasciate le pentole con il sugo e posso liberamente mangiare bocconi di pasta di pizza mentre ancora lievita.

Rosella mi sgrida sorridendo ma seria quando le rivelo che non ho portato con me una bottiglia d'acqua, come peraltro tutti i bimbi invece hanno fatto. Io pensavo che fosse una di quelle faccende che l'Organizzazione prevede in anticipo, cosa che in effetti è, e quindi attingo dalle scorte comuni sbocconcellando il mio panino solo formaggio ansiosa di tornare a giocare nel prato.
Mimma, che è venuta con noi lasciando i fornelli incustoditi, siede soddisfatta con la schiena appoggiata al tronco e dopo aver finito accartoccia il tovagliolo e tira fuori dalla borsa il lavoro di puntocroce che aveva portato da finire prima di scoprire che le sarebbe mancato il tempo necessario anche solo per farsi una doccia in santa pace.
Ancora mi sento staccata dal qui&ora e mi arrischio a chiedere se posso fare un altro giro sulle balle di fieno, stavolta da sola, a differenza dei bimbi che potranno tornare al sole tra qualche ora, quando il caldo si attenuerà un po'. Rosella ride sincera e mi dice che ovviamente posso, sono grande io e non c'è bisogno che segua le stesse regole dei bambini.
Vado fino all'ultima balla, là in fondo, mi arrampico e ci stendo sopra il mio foulard tuttofare, mi arrotolo una sigaretta e me la accendo.
Da dietro le spalle la stentorea voce di Rosella mi avvisa che gli sbruffi di fumo si vedono in lontananza, io rido ma non la spengo, so che comunque vada non verrò sgridata. Non tanto, per lo meno.

Ai bimbi arrabbiati porgo l'orecchio e faccio domande sul perché finché non li vedo sciogliersi, a quelli tristi regalo caramelle alla banana e alla ciliegia, a quelli maleducati ribatto con la stessa facciadiculo. Quel che più di tutto mi rende serena è che mi sento completamente a mio agio, con i bambini non devo mai fingere uno stato d'animo che non provo ma posso sempre esprimermi per come mi sento.
Una volta a casa, sul divanonero, continuo a pensare alla Colonia come stancante ma inaspettatamente positiva. Smonto ogni giorno vissuto, com'è mio costume, li analizzo uno ad uno, penso e ripenso ma per la prima volta non riesco neanche volendo a ricordare qualcosa che mi abbia lasciato un retrogusto amaro.
Tutto anche a distanza rimane dolce come quelle stesse caramelle di cui io, di nascosto da Rosella, mi riempivo le tasche per mangiarmele appiccicandomi inesorabilmente i denti.

Comments:
ad ogni lettura mi porti in un mondo non mio...

e' stato bello arrampicarsi per la prima volta su una balla di fieno circondata dal vociare gioioso dei bambini :o)
 
ehi tu. sì dico a te, non voltarti dall'altra parte perché sto parlando con te: aggiorna il blog.

f.to: il piccione viaggiatore.

p.s.: avrà senz'altro notato un certo mio tono, come dire, imperioso. ebbene la signora innominabile di cui sappiamo entrambi mi ha spedito a Dusseldorf per un corso che si chiama: l'autostima come un'arma, ovvero se un corvo v'attacca in volo.
non aggiungo altro.
 
... :D
Caro Piccione, perdoni la mia pigrizia! Aggiornerò quanto prima, glielo assicuro.
E sia fiero del corso che ha frequentato perché mi pare che funzioni egregiamente ;)
 
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