Monday, October 26, 2009

Confusion is a word we have invented for an order which is not yet understood.
[H. Miller]

Le mie mani sono di nuovo sempre ghiacciate e Bootylicious ha ripreso a passare la maggior parte della giornata dormendo al caldo. Io dilato la notte il più possibile, la tengo stretta con dita rapaci finché non mi sfugge pian piano dalle palpebre che si abbassano, quando proprio non posso fare a meno di dormire.
Mi sposto di pochi millimetri per volta, come se dovessi pagare pegno per i periodi in cui ho bruciato le tappe saltando quattro o cinque caselle tutte insieme o come se fossi stanca di affidarmi ai dadi e preferissi una via meno entusiasmante ma più sicura.
Certo è che passo molto più tempo dentro me stessa che fuori sotto la piccola pioggia bolognese a farmi gonfiare i capelli e dire quattro stronzate con gli occhi che brillano di ginseng.

La treccia colorata che mi hanno fatto questa estate si sta lentamente sciogliendo per lasciare il posto ad un dread sottile che arrotolo sovrappensiero. Penso a quadri che non dipingo e alle parole, che in questo momento mi vengono difficili e mi fa fatica scriverne.
La voce di Rino è inscindibilmente fusa con il ricordo di terra rossa, dello Scoglio e di quel forno vecchio e poco frequentato dove abbiamo comperato dieci rustici per il viaggio di risalita. Ancora sono qui a chiedermi se davvero può nascere un fiore in questo giardino. Mi sento terra d'inverno, brulla e traversata dalle crepe delle gelate notturne.

Il mio segno nome sono tre dita della mano destra che battono due volte sulla mia spalla sinistra, proprio là dove sta il mio tatuaggio.
Ho ottenuto il passaporto per un Mondo che mi affascina e allo stesso tempo mi spaventa per quanto mi sfida costantemente, una dimensione in cui umiliazioni e soddisfazioni si rincorrono senza soluzione di continuità.
Sono stata spesso sull'orlo del tirarmene fuori ma poi, ogni volta, non so come ci sono ripiombata dentro. E se prima mi giustificavo dicendo che sarebbe stato utile per il mio lavoro, più passa il tempo e più sento che il vero motivo per cui mi ritrovo qui non è quello.
Ma è bello accorgersi di colpo che le mie dita sono più agili e io più espressiva nel segnare e che talvolta riesco perfino ad azzardare una battuta, quando mi rilasso abbastanza da ricordare che ho una facciadigomma e che se voglio riesco a farci passare quel che sento.
Imparo parole nuove e mi riscopro ghiotta come quando ero piccola e leggevo i miei primi libri o mi chiedevo che cosa fossero quei talleri che Zio Paperone teneva in un baule.

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