Wednesday, April 07, 2010
Your pain is the breaking of the shell that encloses your understanding.
[K. Gibran]
Sono fottutamente pigra.
E' vero il detto secondo il quale gli animali assomigliano ai propri padroni: sono pigra come il culopeso di Bootylicious poiché lui, ovviamente, è il padrone tra i due.
Dopo aver capito varie faccende ho anche capito che tutto quel che desidererei in questo momento è non sentire dolore. Non soffrire. Non stare male.
Eh beh, certo...solo te.
L'Amigay basso si presenta alla portiera della mia auto vestito da trekking, con una dotazione di the al gelsomino, il bastone con la testa di delfino o anatra, a seconda dell'osservatore, e un fiammeggiante k-way rosso che rompe la monotonia del mio lutto.
Così, per festeggiare, andiamo in Certosa a passeggiare tra le lapidi e i monumenti, più o meno improbabili a seconda dell'epoca e degli stili, chiacchierando della sua imminente partenza per Amsterdam e della mia imminente partenza per il Mondo Secondo Me ver.02
Giunti all'abbacinante spiazzo in cui si celebrano i morti delle Guerre saliamo qualche gradino e ci sediamo sul parapetto della terrazza che lo sovrasta, dondolando i piedi nel vuoto mentre di sotto passano gatti randagi ma ben pasciuti e turisti che ci occhieggiano stupiti.
Quando a metà pomeriggio la fame si fa sentire la fortuna ci assiste sotto forma di camioncino delle piadine, aperto nonostante il giorno di festa, che ci permette di tornare alla terrazza festosi e carichi di cipolla, salsiccia e peperone e una Morettona fredda.
Il sole, spuntato caldo e prepotente, ci vede accomodati in terra con la schiena appoggiata al muretto dove prima sedevamo, a sbrodolarci con le salse e a farci rosolare le guance beati.
La felicità è a portata di mano, rotonda e liscia come le noci boliviane che sgranocchiamo pensando a persone che amavamo e a psicomagie che ci salveranno e proteggeranno.
Celebriamo la vita in mezzo a migliaia di sconosciuti trapassati, al riparo da gatti e turisti e sotto lo sguardo benevolo dell'Angelo verdastro seduto sul cornicione della costruzione che ci sovrasta.
L'Amigay alto si presenta al mio telefono appena uscito dal lavoro con una grande voglia di rimanere fuori a godersi queste prime sere in cui l'aria è profumata e non troppo fredda perché non ha voglia di tornare a casa sua tanto quanto io non ho voglia di rimanere a casa mia.
Così per festeggiare andiamo nel solito baretto con la scusa che ha i tavoli fuori e ha cambiato gestione da poco e quindi è da provare, chiacchierando dei suoi cadaveri sentimentali che riappaiono e dei miei cadaveri sentimentali che scompaiono.
Giunti al cortilino esterno, in cui il nuovo proprietario ha impilato senza affetto per i bei tempi passati il mobilio dei precedenti possessori, scendiamo un gradino e ci accomodiamo sulle sedie che invece sono sempre loro e chissà quante volte hanno ospitato i nostri culi prima.
Quando a metà serata la fame si fa sentire la fortuna ci assiste sotto forma del nuovo gestore che è meno ubriaco delle volte in cui l'avevo visto e ci permette di godere di un negroni e una birra chiara e varie stuzzicherie ovviamente unte o grasse da cincischiare mentre rievochiamo personaggi noti, situazioni che universalmente si ripetono identiche mentre noi, vuoi che non vuoi, cambiamo limati dagli eventi.
Il freddo non scende e noi rimaniamo lì vedendo gli altri avventori, pochissimi in realtà, alzarsi e andare via proprio mentre noi invece chiediamo un secondo giro.
La felicità è a portata di mano, rotonda e liscia come i cubetti del mio negroni in cui c'è troppo gin e che divido festosa visto che la birra è finita ma le chiacchiere no.
Celebriamo la vita in un silenzio irreale di un giorno qualunque, al riparo dalla ressa di altri locali e da musica troppo alta che ci impedirebbe di parlarci occhi-a-occhi, sotto lo sguardo benevolo dell'altro proprietario che ogni tanto esce e ci rifornisce di pasta di mandorle e torta al cioccolato.
Il mio letto è diventato enorme eppure soffocante e come questo sia possibile non so.
D'altronde lo desidero al più presto pieno ma altrettanto lo desidero vuoto il più a lungo possibile.
Giro e mi rigiro in mezzo a pensieri e lenzuola che mi fasciano le gambe, apro gli occhi di scatto e vedo l'ora proiettata sul soffitto, sono le 3:33 e la somma dà 9, il mio Numero Fortunato.
Grazie, dico a voce alta a me stessa e al respiro pesante di Bootylicious.
Grazie, penso ancora e, non so come, scivolo piano piano in un sonno senza sogni.

