Friday, May 21, 2010

There can't be a crisis next week.
My schedule is already full.
[H.Kissinger]

Una settimana.
Oggi è passata una settimana e averti rivisto ieri non mi ha aiutato, se mai confuso ancora di più.
Nero e sorridente tanto quanto io ero rossa e svaporata.

Cammino nella Via Profumata, cercando di non farlo troppo in fretta per non arrivare troppo presto, e vedo che un uomo fa senza problemi quel che io sogno di fare ogni volta che passo di qua: si è fermato davanti alla ringhiera delle rose rosa e se ne sta scegliendo una.
La strappa e la rimira avvicinando e allontanando il braccio dal naso. Ha un'improbabile giacca a vento turchese, uno strano taglio di capelli a scodella da studente americano degli anni '50 ed è moro e dinoccolato.
Cammina leggermente barcollando, quasi a ritmo con la musica che ho nelle cuffie, e tiene la rosa davanti a sè, come se stesse facendo le prove di farne dono a qualcuno, è buffo e compreso nella sua postura serissima.
Io e le altre persone lo guardiamo finché non si accorge di essere seguito e si rimette diritto, avvicinando di scatto la rosa al fianco come se non la stesse porgendo all'aria appena un secondo prima.

Mi stendo sul divanobianco.
Nella prima parte mi sono rilassata ballando, con o senza cappello, e quando hai detto quando ballate sentitevi meravigliose creature, sentitevi bellissimi io non ti ho ascoltato perché stavo ballando come se nessuno mi guardasse.
Hai gli occhi diversi oggi, c'è una luce che riconosco ma non saprei definire, mi stai dicendo qualcosa che non riesco a capire pertanto rimango all'erta e sempre più spaventata di questo gioco: io sono come i bambini, per me il gioco è la cosa più seria del mondo, la prendo male quando non mi diverto!
C'è di buono che mi sembra che il campo sia sgombro, si è fatto del chiaro qui e l'impressione è che ci capiamo meglio. Perché magari in fin dei conti non me lo ricordo solo io, no?
C'è di cattivo che mi sembra che le Regole di questa faccenda le sappia meglio tu ed è una sensazione che non mi rende mai molto felice.
D'altronde ci sono i tuoi avambracci, il tuo sorriso, la tua voce sabbiosa. Ambè.

Mi avvio con te di fianco sotto il portico e come sia successo non saprei dire bene: prima c'erano tutti e un attimo dopo non c'era più nessuno se non io e te.
Non diciamo niente per un po', non mi viene da dire e vorrei già essere con la mia musica nelle orecchie su per la salita che mi riporta a casa, vorrei sgassarmi la testa dai pensieri che mi metti e finché mi stai di fianco gioviale non mi aiuti.
Iniziamo a parlare poco prima delle strisce pedonali dove di solito ci salutiamo perché io vado su di là per strade buie, e tu vai giù di là verso l'autobus che ti porterà al treno.
Ci fermiamo a finire la chiacchiera, guardi l'orologio di nuovo e io memore del saluto di sabato, frettoloso e casuale, ti dico di andare che se no perdi l'autobus ed è lì che mi dici dai, fammi compagnia alla fermata.
Riesco solo a ribattere un flebile dov'è? lontana? mentre in realtà sono già lì che ti seguo come un'ocarina e ascolto un tanto al chilo quel che mi dici del viaggiare in treno e del leggere i giornali che si trovano sui sedili, non me ne frega un cazzo nella misura in cui sto invece cercando di capire se magari era meglio andare a casa mia.
La fermata è illuminata e ci sono persone che ci ascoltano parlare di artisti di strada, di umiltà, di trampoli, di animazioni e installazioni : niente di personale, insomma.
Così vicino e così lontano, ma com'è che me la sento sempre così difficile?
Quasi quasi non vedo l'ora che arrivi l'autobus e in effetti lo fa e il saluto è un bacio sulla guancia, uno, tanto che porgo l'altra e sto pazientemente ferma finché non mi arriva anche il secondo..
Mi giro verso casa e mi incammino mentre mi infilo le cuffie, accendo e metto al massimo, non voglio sentire, non mi voglio girare, ho voglia di camminare e sono contenta che tu te ne sia andato affanculo.

E domani?
E dopodomani?
Ancora tutti i vestiti da scegliere, i trucchi da cercare, la borsa da fare.
Una locandina in sospeso, qualche giramento di palle assortito, uno strano venerdì abbacchiato per la paura del sabato che deve venire.
Come sempre, mi affido ai miei trampoli sperando che tutto il resto venga da sè e che sia qualcosa di meglio di questo ronzio elettrico di sottofondo.

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