Friday, June 04, 2010

Scappa senza far rumore,
dal lavoro, dal tuo letto, dai gradini di un altare
[U.Tozzi, Gloria]

Mi sveglio e il cielo è grigio e piovoso.
Mi siedo a gambe incrociate, davanti alla finestra, guardo fuori. Le persone che passano, le pozzanghere, guardo il cappello pieno di monetine e le pietre che tieni sul davanzale.
Vedo una freccia come quella che mi hai regalato alla fine dello spettacolo di neanche due settimane fa e passo lo sguardo altrove, sul muro spoglio a guardare il disegno della tua mano, sull'armadio a contare tutte le tue foto, all'altro muro a vedere se qualcuno dei cappelli appesi mi piace.
Alla luce del giorno confermo quel che ho pensato alla luce giallastra della lampada, stamattina, spogliandomi per andare nel tuo letto che hai rifatto per me con lenzuola pulite, troppo piccole per la larghezza del materasso. Sembra la camera di un adolescente, anche parecchio incasinato.
Vedendo casa mia avevi detto che c'erano perfino più giochi che nella tua e io, chissà come, mi ero immaginata pareti fantasiose, tappeti, tende, colori. Niente a che vedere con questo cubicolo da studente pieno di vestiti ammonticchiati, scuro e sporco, privo di personalità come se lì non ci abitasse davvero qualcuno. Nessun libro, nessuna foto se non le tue, nessun quadro.
Mi prende la smania, il soffocamento, apro la borsa cercando i vestiti mentre ancora sto pensando, afferro tutto e vado in bagno, chiudendomi dentro.
Sono sollevata, penso che manca poco, che tra cinque minuti mi sarò lavata e potrò uscire, sentire l'aria fredda di oggi nel naso, per pulirmi il respiro, per alleviarmi da questo peso sordo che sento nella pancia.
Qualcuno bussa mentre sto mettendo il rimmel, sono ancora mezza ubriaca dell'assenzio di ieri notte, dico un chi è? poco convinto e abbastanza stupido e apro ma nessuno entra.
Mentre esco sento lei che ride, ha una bella voce bassa, non me la aspettavo così, soprattutto da una tanto giovane. Piccola, direi. Mi inquieto, corro in camera nel timore di incrociare qualcuno o anche solo di sentire la tua risata, la tua voce, ficco tutto dentro alla rinfusa nella borsa, raccolgo tutto e giro lo sguardo per vedere se ho lasciato qualcosa di mio. Vedo solo l'orecchino, non mio, sul baule che ti fa da comodino.
Esco e non so bene dov'è l'uscita ma sta davanti a me, apro piano e chiudo sorridendo, sono fuori, mancano 4 piani di ascensore e ci sono, sono fuori a respirare la pioggia e a sentirmi pulsare gli occhi gonfi per il poco sonno.
Ho l'anima pesta, mi viene da piangere per un nonnulla ma lo faccio solo dopo qualche incrocio, come se solo lì realizzassi. La bruttura della serata, della camera, della situazione, della persona, delle parole.
Piango e penso alla colazione che mi concederò per consolarmi, me la sto promettendo da appena sveglia, lo stomaco rumoreggia e devo andare a lavorare.
Dopo il cappuccino prima di entrare al lavoro mi fumo una paglia e mi chiedo dove sei. Mi chiedo come sto, cosa voglio, in cosa credo, suono il campanello, mi aprono e vado su.

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