Wednesday, August 11, 2010
In the Sun
In the Sun I feel as One
[Nirvana, All Apologies]
Blu Argento
Il tuo paese è bello, sì.
Mi piace ma allo stesso tempo mi fa strano associarlo a te che ho sempre visto più cittadino che altro. E invece pur vivendo Tettirossi ben più di quanto non abbia fatto io fin qui, sei anche un paesano. Con le gambe rannicchiate come sempre sulla sedia giro lo sguardo sul Municipio, sulle case azzurre, gialle e verdine, sui tuoi occhi per vedere se ogni tanto mi osservi.
Siamo gli "Artisti", come scrive Carla a pennarello rosa su un pezzo di carta di fortuna che lasciamo sul cruscotto in bella vista per non farmi portare via la macchina. Ci dividiamo per le strade, appoggiamo costumi, trucchi e valigie una sull'altra sul retro della cucina che gestiscono i volontari di questa sagra di paese, nonni con i quali facciamo amicizia mentre ci spogliamo e ci infiliamo i trampoli. Assaggiamo fragole, liquori di mandorle e anguria, saporiti arrosticini che l'uomo dello stand ci porge premuroso dopo averli salati. Facciamo zigzag tra bancarelle e stradine e quando ci incrociamo rimaniamo un poco a parlare tra noi della cena o a scherzare con le persone basse.
Io sono blu e risplendo dell'argento che ho sugli occhi e sulla mia maglia, sono bellissima e me lo dicono tutti, uomini e donne che incrocio dall'alto dei miei trampoli, ma quando ti vedo apparire da lontano con il cilindro rosso, la camicia e il gilet mi prende il languore allo stomaco.
Nero fiorito
Il calore della mattina è irreale eppure non vedo l'ora di scendere alla reception e fare colazione perché ho voglia di vederti. E' una domenica vuota e tranquilla.
Quasi riesci ad aggiustarmi il trampolo, che ho rotto ieri in modo totalmente idiota, con un tappo di Ceres e io ti osservo preoccupata nel frattempo, girando impaziente e curiosa intorno al tavolino rosso che è diventato un tavolo operatorio a tutti gli effetti.
Sono nera e struccata, ancora mezza addormentata.
Trampoliamo poco e giusto per fare presenza, quando scendiamo ci attende il pranzo e poi il mare, nella pausa prima di ricominciare con l'ultima uscita nel tardo pomeriggio.
L'afa appanna i contorni dei miei pensieri, sembra una gita e non un lavoro, mi diverto e nel contempo mi dibatto scomoda, ovvio no?
L'acqua è freddissima e tu anche, non ti volti mai e io finisco per addormentarmi al sole finché un tuo richiamo sgarbato non mi fa alzare. Dobbiamo tornare.
Nero gangster
Ok, fanculo.
E poi è caldissimo, ho sonno, i capelli impastati e arricciati dal mare, le guance colorite che bruciano, un trampolo ancora rotto.
Gilet code lunghe, cappello da uomo, pantaloni, tutto nero.
Quando spunto dal bagno e mi dirigo al muretto con i trampoli in mano sento un fischio di apprezzamento, mi volto verso i nonni e invece scopro che sei stato tu vedendomi.
L'asfalto butta su calore e nei miei giri ti vedo pochissimo, spesso solo da lontano, sono ancora su mentre tu vai a preparati per l'ultimo spettacolo, con il fuoco.
Rosso fuoco
Sul palco si scivola, la birra rossa dall'esotico nome PuntoG è buona e fresca. Io mi siedo in prima fila, cappello calato sugli occhi e avvolta nel mio scialle rosso e giallo. Mano a mano vengo attorniata dai bimbi che ho conosciuto mentre stavo sui trampoli: si siedono tutti vicini a me, davanti e dietro e diventiamo un bel gruppetto compatto che attende di vedere lo spettacolo iniziare, mentre la luce del giorno comincia a scendere.
Tu sei rosso, giri il tuo bastone infuocato con una grazia che non mi aspettavo, così come non mi aspettavo di incrociare i tuoi occhi così spesso durante l'esibizione. Mi fai ridere, sei bravo, sono rilassata, i bambini mi mancavano tantissimo ed esserne circondata mi fa sentire paradossalmente protetta.
Per concludere il numero vieni diritto verso di me e la ciurma di bimbi. Vieni a soffiarmi una nube di fuoco proprio sopra la testa ma io la vedo solo iniziare perché scorgendoti arrivare mi sono rifugiata sotto la tesa del mio cappello nero per cui sento solo le manine dei bimbi falsamente spaventate stringermi le braccia, con urletti divertiti.
Mi regali la freccia che hai spezzato con il collo e io dentro mi sciolgo deliziata mentre fuori ti ringrazio con ortodossa cortesia.
Verde brillante
A cena, finito tutto, ti guardo come se non ti conoscessi, cosa che in effetti è. Vestito di una visibilissima maglietta verde giri da una parte all'altra per finire di organizzare, ringraziare, parlare con quello e con quell'altro.
Quando ci mettiamo tutti a tavola, con il capannone quasi vuoto, siamo bellissimi e allegri, stanchi e felici di aver finito. Brindiamo con il vinazzo bianco e attacchiamo vassoi di pesce fritto, dolci alla fragola e patatine fritte, chiacchieriamo fino a tardissimo e io mi fondo nella compagnia. Quando viene l'ora di tornare verso Tettirossi è tua sorella, e non tu, a chiedermi se voglio restare a dormire da voi.
Sei invece tu a dirmi se voglio rimanere fuori a bere una cosa che poi diventano due senza che in realtà io e te si scambino delle gran parole visto che siamo nel tuo bar storico e parli con le bariste e un tuo amico, scena che ho già visto e ricordo ancora molto bene.
A casa tua parliamo sul divanorosso, mi dici cose che preferirei non sentire perché tu forse non le capisci, non ti rendi conto cosa significano, ma per me che sono esterna alle tue faccende hanno un senso più chiaro. Tutto intorno, sui muri, la storia fotografica dei tuoi capelli, da biondolunghi che erano nella foto in cui diciottenne e maraglio guardi l'obiettivo, a rasati a zero in quelle successive che ti ritraggono mentre clowneggi in giro.
Fumiamo, mi dici, ti dico poco ché sono effettivamente stanca, si svegliano i tuoi e alle sei della mattina, dopo essermi presentata a tua madre, andiamo a letto anche io e te.
Tu sul divanorosso e io nella camera di tua sorella che dorme da ore, nel lettino di fronte.
Bianco
Uscendo dalla porta la luce è bianchissima. E' a tutti gli effetti un giorno d'estate, sento che le braccia nude bruciano di sole e l'aria è ferma e densa.
Io e te di fianco camminiamo verso la tua macchina bianca, vecchia bassa e piena di oggetti, tra cui tutta l'attrezzatura per il fuoco. Apro la portiera e immediati mi arrivano la vampata di calore in faccia e l'odore di petrolio nel naso. Quando dico che è buona la puzza del petrolio, dici che sarei proprio la compagna ideale di un mangiafuoco. Mi accompagni in piazza, mi spieghi la strada e poi viene il momento di andare davvero, anche se mi hai invitato al mare, anche se non vorrei andare a lavorare perchè ho ancora la testa sui trampoli, anche se avevo ancora voglia di parlare con te. Ci abbracciamo, mi stringi forte ma amichevole, io ti stampo un bacio sul collo e poi vado.
Durante tutta la strada di alberi alti che mi porta in ufficio penso a te e al mare.

