Wednesday, October 27, 2010

There's a sadness hidden in that pretty face
A sadness all her own from which no man can keep Candy safe
[B.Springsteen, Candy's Room]

La Maestra rispetta i Tessuti come noi rispettiamo i Trampoli.
Parla di loro come fossero persone, cose vive che oppongono resistenza o aiutano nell'impresa.
Come i trampoli possono pesare mille chili o essere piume che ti fanno volare, i tessuti possono essere alghe avviluppanti che ti segano le giunture o ti bruciano le mani oppure ali di farfalla che ti cullano a 4 metri d'altezza.
Come i trampolisti si insegnano il modo di legare insieme i trampoli per portarli in giro, la Maestra ci insegna come annodare i tessuti in una grossa treccia attaccandoli alle pareti della palestra dove ci alleniamo.
Per lei i tessuti sono compagni di lavoro quotidiani come per noi i trampoli e così come io e i Boys ci conosciamo sempre meglio, altrettanto conosciamo bene le nostre viti da stringere, i gommini da cambiare, le giornate in cui tutto è fluido e quelle invece in cui ogni sassolino fa inciampare.

La prima volta, incredibilmente, sono salita subito.
Il tessuto, rosso e di cotone rigido legato alla trave di ferro del soffitto, era abbastanza rigido da consentirmi di sentire forte la presa del piede e quella delle mani, tanto da arrampicarmici senza paura.
La seconda volta il piede scivolava senza tregua e il consiglio della Maestra, devi avere i piedi vivi!, non aveva attecchito da nessuna parte: continuavo a scivolare dopo due bracciate verso l'alto.
Il piede scivola perché la testa non si fida. Non mi fido delle mie braccia sottili che tremano e pesano come ghisa dopo le due ore di allenamento prima di salire. A differenza di quando vado sui trampoli e mi affido alle mie gambe perfettamente tranquilla, non riesco a credere che la sola forza delle mie braccia possa sostenermi per arrampicarmi fino al soffitto e toccare la trave per poi scendere sinuosa come una sirena.
Ho cominciato a sentir serpeggiare la paura, nessun materasso sotto i tessuti per parare un'eventuale caduta, nessuna sicurezza.
E' buffo perché poi penso che anche quando ho imparato ad andare sui trampoli era uguale identico: nessuna sicurezza, nessuna rete, nessun materasso.
Li ho infilati e ho cercato di camminare, conscia del rischio ma anche tanto vogliosa di riuscirci che quello diventava il pensiero che copriva tutti gli altri, paure comprese.
Mentre guardavo le altre salire ho tentato di rivivere nel cuore l'emozione della prima volta che mi sono staccata dall'albero, dalle sicurezze, e ho mosso i primi passi. Ho cercato di risentire nello stomaco la stretta da montagnerusse che ricordo di aver vissuto come un'onda improvvisa quando dopo appena dieci minuti ho barcollato pericolosamente rischiando di cadere e mi sono aggrappata a un cestino della spazzatura verde.
Voglio salire, ora come allora, e la paura che ora mi blocca e rende deboli le mie braccia, la presa delle mie dita, i nodi dei miei piedi, non va schiaffeggiata e sfidata come all'epoca feci con i trampoli per paura di non essere io all'altezza del compito. Piuttosto va accarezzata e convinta a sciogliersi piano piano, nel corso degli incontri settimanali, dei mesi che mancano al saggio finale, mentre con lei si sciolgono le membra diventando sempre più lunghe e reattive.

Sono sull'Altalena.
Il tessuto si muove e io giro dolcemente su me stessa, come la ballerina di un carillon.
La Maestra mi compare ai piedi e guardandomi dal basso mi dice lascia le braccia, non tenere il tessuto, spingi i talloni verso il culo e lasciati andare all'indietro.
Eh? Lo voglio fare, lo so, ma d'impeto obietto e se cado?
Ma no che non cadi! Spingi i talloni, stringi, molla le maniiii!
La Maestra è piccola e gracile eppure, anche adesso che mi guarda da sotto, mi sembra sempre che mi sovrasti e mi intimidisce un po'. Ci tengo al suo giudizio.
Mi tiene le caviglie, penso come quando sto per fare una cosa forte, come quando mi sono lasciata cadere all'indietro dal bastone che tengono i Boys, come quando ho baciato d'improvviso, come quando ho così paura che per non sentirla più mi butto. Penso 1, 2 e prima del 3 mi lascio cadere all'indietro, concentrata a non rimanere rigida nello slancio mollando le braccia e il busto.
Sento le mie gambe scattare e il tessuto segarmi gli incavi dietro le ginocchia, come una fune di salvezza mentre dondolo nel vuoto a testa all'ingiù.
Sorrido, mi piace, il cuore pulsa tranquillo.

Sei come i tessuti.
Mi piaci ma non capisco dove dovremmo andare a parare.
Provo emozioni forti ma so anche quanto mi costi l'allenamento prima di salire, quanto impegno ed energia io debba spendere per avere piccoli circoli di felicità che si dissolvono troppo presto per ricaricarmi.

Le viti si incrociano, cado.
Poco prima di salire il Bruco aveva tirato fuori il seghetto da metallo e si era accorciato le viti dei trampoli in modo da non inciampare più come è già successo più volte sia a lui che a me.
Io invece rimando, come faccio ogni volta che si profilano operazioni da fare sui miei trampoli.
Così, quando stiamo ballando e tento di girarmi sento i miei piedi bloccati, tiro tentando un passo ma le viti sono incastrate tra loro e non posso fare altro che vivermi in diretta tutto questo, sapendo benissimo che sto cadendo e posso dunque solo sperare di non farmi troppo male.
L'ultima cosa che riesco a fare, dopo essere rimasta in equilibrio dieci secondi, è chinarmi un poco, poi cado all'indietro e socchiudo gli occhi come se così facendo potessi attutire l'urto e il suo rumore.
L'urto mi arriva dal polso alla spalla, passa nel collo irrigidito, mi arriva come una botta secca ma ben assestata appena sopra il culo.
Batto in terra il trampolo stizzita mentre i Boys si chinano preoccupati per capire se mi sono fatta molto male o anche questa volta è andata. Mi pulsa la schiena e la chiappa destra, mi trascino fino a una parete e mi tiro su, il Cinno scende, afferra il seghetto e inginocchiato comincia a segarmi le viti mentre io punto i gommini in terra per tenere fermo il trampolo.

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