Wednesday, November 03, 2010

Come up and see me, make me smile
Or do what you want, run on wild
[Steve Harley & Cockney Rebel]

Litigare con te poco prima di entrare sicuramente non aiuta.
Avere cose su di te che mi ronzano nel cervello ancora meno.
La palestra è fredda e oggi il piede ha ripreso a farmi male, lo sento pizzicare e dolere durante la corsa e i saltelli. Guardo l'orologio mentre ansimo in giro con le altre, queste 3 ore di allenamento in prospettiva mi sembrano lunghissime.
Due ore dopo, finito il training, la Maestra ci dice di sciogliere i tessuti dal muro e un po' di sconforto mi compare in tasca: dopo tutto l'altra volta non sono nemmeno riuscita a salire.
Cate sale per prima a fare il renversèe che la maestra ci da come esercizio di riscaldamento e ci riesce, perfetta, al primo colpo. Ai nostri complimenti si schermisce dicendo che ha ancora le braccia fresche ed è stato facile! Incredule proviamo anche noi, una dopo l'altra, tutte vicine al tessuto più facile, e una dopo l'altra ci giriamo in renversèe che, anche se non bellissimi, almeno vengono eseguiti.
La Maestra ci dice di scaldarci salendo e scendendo.
Quando arriva il mio turno prendo il tessuto, me lo accomodo nelle dita, lo stringo. Prendo il respiro e mi concentro, serena, come credo non mi sia capitato mai altrove.
Cerco concentrazione e calma e forza.
Mi sollevo e la presa del tessuto nel piede tiene, mi sollevo ancora, la presa è solida e posso usarla per sollevarmi ancora mentre il mio respiro si fa più affannato e io resto concentrata a salire, senza guardare giù, fidandomi delle mie braccia e dei miei piedi.
Salgo e respiro forte, salgo e il tessuto gira su se stesso, salgo e sento la Maestra che dice bella Gloria! e sì però tu che sei alta in 4 passi devi essere su eh!, io misuro le forze e cerco di rimanere qui sul tessuto perché miro alla trave di metallo del soffitto, quella che non sono riuscita a toccare mai fino ad ora. Mi bruciano le spalle, faccio un ultimo sforzo e tocco la trave, anche se con la punta delle dita di una mano mentre l'altra mi tiene appesa.
Ora devo scendere e sono stanchissima.
A 5 metri da terra, sospesa ad un tessuto di cotone rosso.
Cerco di non guardare giù, di non attaccare il cervello proprio ora cominciando a pensare a tutti i danni fisici che potrei procurarmi se mi sfugge il tessuto, se qualcosa va storto, e nel contempo mi lascio scivolare anche se so che non si scende così perché ci si ustionano le mani.
Bisogna percorrere il tessuto al contrario portando all'altezza del cuore una mano per volta scendendo, eleganti come se non ci fosse sforzo.
Io vorrei essere già giù e non sono concentrata sulla presa del piede, sul respiro, sulle mani al cuore o dove non so, scendo il più in fretta possibile.
Le falangi mi dolgono da morire ma sono soddisfatta e incredula, sono arrivata fin su.
E ci riesco ancora, dopo, quando devo provare gli esercizi che la Maestra ci propone mano a mano: il baloon, l'altalena, la caduta all'indietro.
Mi fido, trovo il modo per salire, comincio a provare le figure un po' più in su.
Riesco a fare una chiave di piede sul tessuto nero molle, dove credevo che non sarei riuscita a salire mai. Certo, ci metto il doppio perché il tessuto è elastico e a ogni bracciata mi riporta giù ma una volta trovato il ritmo salgo anche su questo e comincio a sentirmi davvero bene.
Faccio un renversèe dall'altalena e sento le mie compagne e la Maestra dire bello! e mi stranisco: in realtà sono talmente dentro me stessa in una sfida gentile per andare oltre che a volte non penso che lo sto facendo con altre persone. E' come se io facessi questo corso con me stessa e per la prima volta non mi metto in astioso confronto invidiando capacità altrui ma scavo dentro di me per soddisfare un'altra scommessa che ho fatto.
Ho paura ma non è come quella che a volte percorre lo stomaco quando sono sui trampoli e rischio di cadere o perdo l'appoggio del piede. Non so dire.
Questa è una paura che non va via mai, mi sento il sub che deve calcolare perfettamente la sua riserva d'aria per scendere e risalire, altrettanto faccio io con le mie forze per arrivare fino al soffitto e poi avere abbastanza fiato per scendere o provare una figura.
E' qualcosa che richiede che io mi ascolti tanto e mi conosca bene ed è un percorso del corpo che si interseca con quello in cui viaggio già da qualche anno, mi piace, mi placa.
Mi dona autostima e muscoli doloranti, mi sgombra la mente pur tenendola sempre accesa sulle mie spie intime e più profonde, al contrario di quando vado sui trampoli e sembrano accese solo le spie delle emozioni sfrenate.
Qui l'emozione per godertela devi aspettare di aver finito e poggiato i piedi a terra.
La Maestra vuole che non pensiamo quando dobbiamo fare qualcosa, vuole che lo facciamo e basta senza nemmeno chiedere spiegazioni. E' paradossale se poi penso che il minimo errore, un nodo dalla parte sbagliata o un calcolo errato del fiato, possono metterti in merda. Come la ragazzina che è piombata giù due volte provando la caduta all'indietro dall'altalena: semplicemente non ha spinto abbastanza i talloni verso il culo e pam! ha fatto un rumore spiattellato schiantandosi in terra, sul collo e davanti agli occhi di sua madre, venuta a firmare la tessera per l'assicurazione.
Giusto un minuto prima stavo chiedendo alla greca Sofia, ritrovata qui dopo il laboratorio di trampoli di due anni fa, se facendolo c'era anche solo il rischio di poter cadere.
Quindi alla fine dei conti credo che la Maestra abbia ragione: se mi fermassi a pensare quel che sto facendo cadrei in men che non si dica o rimarrei lì, come una gnucca, a dondolare sull'altalena sospesa a 3 metri senza avere il coraggio di buttarmi all'indietro a braccia aperte.

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