Wednesday, November 24, 2010

I believe the future is only the past again, entered through another gate.
[A.W.Pinero]

Mi godo tutto quanto.
Il dolore che irradia dal centro del collo e si estende a tutte le spalle quando, con le mani giunte dietro la schiena, apro le scapole ancora di più per allargare la mia postura.
Le fitte ai polsi che raggiungono avambracci e ogni singola falange quando, seduta sui miei talloni, spingo a terra i palmi con le dita all'indietro, per allungare i tendini.
Sono il mio ombelico e mi tiro in dentro, sono i miei piedi e mi metto a martello, sono i miei talloni che si uniscono forzosamente.
In sottofondo musica indiana, la penombra di un giorno piovoso, la stanchezza di tutte noi.
Divento il mio corpo, lo calzo come fosse un serico e strettissimo guanto da sposa sentendo ogni cucitura, sono concentrata sul dolore che sento e spingo un poco oltre, appena più un là del mio limite. Sono in meditazione.
Quando sciogliamo i tessuti dalle pareti e cominciamo le salite di riscaldamento è chiaro che siamo imballate dal training: io ho gli avambracci gonfi e tesi, come se rimanessero tirati anche quando non li uso. E poi, di nuovo, il piede dove stringo il tessuto fa poca presa e mi da zero sicurezza in salita. Giulia è triste, Marta nervosa, Lucia stanca della giornata a scuola. Camilla ha una vescica nel piede e un livido nel braccio dove oggi ha fatto un prelievo.
La Maestra si imbestialisce vedendo tremare le nostre braccia e le nostre gambe e come un furetto gira da tessuto a tessuto per riempirci di improperi. Io faccio a rovescio il nodo di piede, mi riprendo ma scendo di un metro e il balloon che faccio è basso e brutto rispetto a quello fatto sotto la sua guida. Gli sguardi che incrocio sono tutti come il mio, appannati dalla stanchezza e dallo sconforto della lancetta che pare non muoversi dilatando a dismisura questo pomeriggio piovoso e giallastro.
Basta, dice crepitando La Maestra a un certo punto con aria sconfitta, fate le altalene.
Mentre ci accingiamo ad annodare i tessuti per creare altalene, si volta perentoria e con aria serafica aggiunge stavolta però alte, prendete una sedia e fate il nodo più su. Sono stanca di vedervi sempre con i piedi per terra, bisogna che cominciamo a lavorare in alto!

Quasi perplesse guardiamo le altalene a 3-4 metri d'altezza.
Sono talmente in su che per arrivarci ci arrampichiamo una sulla schiena dell'altra lanciandoci poi come Tarzan flosci per riuscire a infilarci almeno un piede.
Io provo sul tessuto rosso, quello più rigido, che ormai uso solo per salire ma che evito per tutto il resto perché la sua durezza mi illividisce le ossa del piede in men che non si dica. Mi fermo mani sui fianchi: arrivo all'altalena con la punta delle dita, in piedi sulla sedia. Le braccia che dovrebbero tirarmi su sono stanche, la punta del mio piede sembra del tutto impossibilitata anche saltando a infilarsi nel tessuto.
Provo a slanciarmi una prima volta per tornare dondolando e sconfitta a rimettere i piedi sulla sedia, esattamente lì da dove ero partita. Riprovo e come mi viene bene fare a tessuti, prima di lanciarmi respiro, mi concentro, visualizzo.
Il mio piede si sta infilando nel tessuto, con le braccia mi tiro su e infilo anche l'altro piede.

Come faccio ad avere i piedi forti e a bloccare bene il tessuto sulla caviglia senza sentirmi scivolare?
Devi volere, mi risponde semplicemente Sofia la Greca.
Ma come? penso io. Che risposta del cavolo, bastasse volerlo...
Poi scopro mano a mano che nei Tessuti è profonda e forte la componente del volerlo, quasi come le flessioni per potenziare i bicipiti o le infinite serie di addominali. Perché a un certo punto il fisico urla il suo stop e allora solo il cuore, il volerlo profondamente può sconfiggere i muscoli induriti e la stessa incredulità del cervello.
Come posso salire e poi, rimanendo appesa al tessuto, ribaltarmi all'indietro?
Come posso salire su un'altalena a 4 metri da terra?
Come posso creare il lavoro che desidero?
Volendolo, tanto.

Annaspo.
Un piede l'ho effettivamente infilato ma ora è l'unica cosa che mi trattiene dal cadere a terra, tutto il resto di me è scompostamente appeso senza che io abbia la forza di tirarmi su. Immediata la Maestra plana come un falco sotto di me.
Ecco! E adesso? Cosa fai? Io non posso fare niente per te, così come sei messa se non ti tiri su tu cadi! Hai capito?
La braccia sono dure e rigide, sento tendersi i muscoli del petto per lo sforzo ma La maestra ha ragione: se non mi tiro su cado.
Non voglio cadere. Voglio salire. Voglio tirare dentro l'altro piede, voglio sedermi sull'altalena.
Brava! dice Sofia la Greca quando mi sistemo finalmente seduta, con il fiatone.
Ma brava chi?? le urla La Maestra allontanandosi per torturare Giulia, per forza! E' stata lì lì per cadere! Cos'altro poteva fare?
Ma io so che lei sa che stiamo imparando, stiamo capendo lei e i Tessuti, rigidi e implacabili nel richiedere un sacrificio costante, sia fisico che mentale, per allungarsi un centimetro in più sentendo urlare i tendini o per riuscire a riafferrarsi al tessuto e tirarsi su.

Poi c'è la questione della fiducia, eh già.
Vedendomi sull'altalena nera, quella morbida, La Maestra mi raggiunge e comincia a impartirmi direttive. Per esperienza so che non capirò nulla di quel che mi farà fare ma alla fine sarò molto contenta.
Buttati all'indietro, sfila la gamba destra dall'altalena.
Ragiono in un millisecondo: l'unica cosa a reggermi sarà la forza che ci metto a stringere il tessuto dietro a un solo ginocchio. Se cado lo faccio di testa, per 3 metri. Mmh.
Ma già mentre configuro scenari tragici la mia gamba destra sta reagendo in automatico e circospetta ma piena di intenzione si sta raddrizzando da sola mollando la presa.
Sto, non cado ma mi giro dondolando. Rido e torno su a sedere.
Ok, adesso afferrati lì, esci di lato, infilati infilati!, girati il più possibile, girati, vero di me, brava! Ecco, adesso tieniti eh? Vai!
Non ricordo cosa lascio andare o dove invece mi slancio, fatto sta che mi ritrovo girata di scatto e con il tessuto annodato attorno alla coscia destra, all'inguine. Per la prima volta sento lo strappo doloroso e la stretta implacabile del tessuto quando fa da imbragatura, non me l'aspettavo e rimango stranita. Ma La Maestra è contenta, tanto che quando le dico che non riesco a fare altro perché ho le braccia stanchissime mi dice solo ok, sorridendo.
Va via lasciandomi annodata per una coscia, lassù.
E come scendo? le urlo dietro.
Trova il modo! ribatte lei senza neanche girarsi, evidentemente fiduciosa.

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