Tuesday, November 16, 2010
Nihil amas, cum ingratum amas.
[Plauto]
Giorni che riportano in giù l'ago della mia bilancia.
Eppure non sono fildiferro come questa estate, me lo dice subito anche la Sposa che mi trova più morbida e più bella dell'ultima volta che ci siamo viste da me, a luglio.
Bionda ed energica mi piomba in casa alle 9 di sabato mattina e se ne va alle 19 di domenica sera.
Sperimento per la prima volta una strana forma di amicizia femminile, fatta di inevitabile stima, buffa sintonia e inspiegabile familiarità.
Voci roche entrambe, stessi gusti in fatto di costumi di scena (siamo 2 irriducibili di piume e brillantini) diversissime per le strade intraprese pur da un medesimo punto di partenza.
Svaligiamo le bancarelle e per la prima volta trovo qualcuna con la mia stessa resistenza e curiosità nello spostare chili di vestiti mediocri sperando che sotto si celi la perla.
Sedute al freddo, sul gradino di una vetrina chiusa, mangiamo pizza unta. Lei mi mostra la foto del casino di casa sua, io d'altronde con il mio casino l'ho accolta.
Facciamo chilometri cariche di borse, sacchetti e buste, per poi crollare esauste in libreria: lei cerca commedie e io qualcosa che mi svegli dall'inerzia, che mi trascini dentro.
Capisco subito che qualcosa non andrà fin dalle prime battute del nostro incontro: rispondi reciso e provocatorio a una mia frase e io glisso facendo una battuta ma evidentemente me la segno.
In macchina rincari la dose con una battuta che va a parare direttamente là dove sono più debole ora e se anche rido la cosa più gentile che riesco a pensare è che potevi risparmiartela per la seconda birra, quando magari saremmo stati più rilassati e meno distanti.
Dopo tutto non ci vediamo da un anno e mezzo, periodo che io misuro non tanto in giorni quanto in mole di cambiamenti che hanno attraversato la mia vita. Se un anno e mezzo fa mi avessero dato degli spoiler non ci avrei creduto, tanto per dire.
Mi racconti particolareggiato della tua barca, dei tuoi figli, del fatto che sei sempre stanco da quando sono nati i gemelli, di Lucia che è piena di intraprendenza e assaggia ogni cosa.
Della tua compagna che ha il culo grosso e la pancia sfatta ma è il tuo prodiere eppercui è insostituibile. A posteriori, stesa nel mio letto con un sonno invincibile, penso che questa è sicuramente la cosa più carina che hai detto, quella che ho sentito più simile a me.
Quando ci raggiunge Albe ci ritroviamo a tavola a parlare di politica quando in realtà preferivo ritrovarci, sentirci di nuovo, raccontarci.
Invece proprio tu, che da sedici anni vivi altrove, cominci a parlare di politica e con mia somma sorpresa ti sento dire castronerie populiste, tipiche dell'esule che vuole prendere parte ma è come se recitasse una poesia imparata a memoria: manca la passione, manca l'incazzo.
Che invece sale a me, forse anche per la sorpresa di sentirti pronunciare certe banalità che non mi sarei aspettata da una così bella testa.
Sbotto e Albe annuisce mentre parlo, tu ti zittisci, parliamo d'altro.
Sotto i portici ridiamo con l'eco della notte e per un attimo siamo di nuovo compagni di classe, vent'anni fa, il buio attenua le rughe di stanchezza e sbiadisce le disillusioni agli angoli della bocca.
Ma lascio che lunedì tu riparta senza chiederti altro tempo, un altro incontro come fin qui avevo sempre fatto.
Mi siedo sulla panca dello spogliatoio, appoggio il gomito al lavandino di fianco e mi metto quasi a piangere. Ho il vomito, sento le gambe molli e la testa mi sfarfalla.
Il training mi ha letteralmente distrutto, imballato i muscoli e di nuovo, quando sono salita al soffitto, ho sentito la paura e con lei la voce della Maestra che mi sgridava perché quelle alte come me devono andare con la testa sopra la fottuta trave di ferro.
Mentre scendevo, ho formulato chiaro nella mia testa il pensiero: non guardare in basso.
La Maestra mi guarda male perché giro attorno ai tessuti senza salirci, vedo le altre provare nuovi numeri e mi demoralizzo, maledico la mia attuale debolezza dell'anima perché mi fa sentire stanca come se avessi la polmonite.
Mentre mi sciacquo la faccia con l'acqua fredda per scuotermi sento la Maestra chiamarmi, implacabile, e torno di là dopo aver respirato a fondo e ricacciato giù le lacrime.
Sono mogia ma per non raffreddarmi provo un renversèe da terra e stupisco me stessa riuscendoci senza l'aiuto delle gambe, semplicemente mi sollevo e mi giro, tac. Le mie compagne mi dicono brava e come hai fatto?
Boh, non so neanche io, mi sono slanciata e mi sono trovata girata giusta.
Circospetta anche se un po' rincuorata mi avvicino con intenzione al tessuto viola e di colpo mi trovo la Maestra di fianco che mi dice di fare il balloon.
Orpo, che bello! Il tessuto diventa un enorme e colorato bozzolo in cui si cela appallottolata la tessutista. L'altra volta non riuscivo a sopportare la pressione del nodo di piede sulle ossa e le dita per cui non l'avevo provata.
Tessuto viola, molle, faticoso ma dolce nei nodi.
Salgo fino a che la Maestra dice di fermarmi che va bene l'altezza, tenendomi al tessuto mi siedo a 90° tendendo le gambe e con il piede sinistro passo il tessuto sul piede destro, facendo un nodo, mi tiro su e appoggio il peso sul piede destro legato.
In piedi inizio la mia lotta con i tessuti che non ne vogliono sapere di aprirsi ma mi sento bene, ho l'appoggio e alla fine riesco a divaricarli tirando. Passo passo, seguendo le urla della Maestra, infilo la spalla sinistra in mezzo ai tessuti e mi giro, trovandomene uno davanti e uno dietro, allargo quello davanti aiutandomi con il ginocchio sinistro e quando l'ho aperto sistemo il sedere allargando quello dietro nel quale scivolo sedendomi rannicchiata.
Tendo i tessuti e chiudo il bozzolo, la Maestra dice bene! e mi spinge forte per farmi girare su me stessa.
UUUUUUUUUH dico io girando, rido e rido.
Borsalino grigio.
Medusa d'inchiostro: è per me?
Siamo noi?
O come al solito mi do più importanza di quella che non mi concedi?
Se non ci fossi tu non avrei questo magone.

