Monday, November 22, 2010

The passion for destruction is also a creative passion
[M.Bakunin]

Tutto mi sta scomodo, tutto è da rifare.
Quel che prima andava bene ora è inadatto, tutto va ridiscusso e cambiato. Chiuso.
Accumulo fino alla colma per poi esondare onde di impetuoso scontento, ogni volta spero che non sarò la prima a lamentarsi nè la prima a calciare i mattoncini incastrati fin qui.
Invece ogni volta mi tocca guardare gli sguardi esterrefatti mentre con dita arrabbiate afferro pigre certezze d'abitudine e le scaravento al suolo, guardandole esplodere come vetrinette conservaricordi con schegge di vetro e frammenti di giornate magnifiche, sensazioni esorbitanti, fusioni profonde.
Il mio pianto incessante è sempre nascosto agli occhi dei più, chiuso dietro al cancello di casa mia, segreto.

La tua ombra alta e incappucciata sta fuori dal mio cancelloverde. Mi sembra passata una vita dall'ultima volta che è accaduto neanche due settimane fa.
Mentre entri fai per chiudere il cancello davanti alla porta ma ti fermi, mi chiedi se devi chiudere e rispondiamo insieme no, io con un tono come ci mancherebbe altro! e tu come a dire ovviamente no...
Ti guardo poco e rimango distante per farti imbarazzare e imbarazzato tu ti accomodi sul tappeto, dopo avermi guardato timidamente sorridente, come il bambino che sa di averla combinata grossa e si fa tenero per evitare la punizione.
Dimmi, esordisco, ma come immaginavo dopo tre parole comincio a parlare io e la questione si trasforma in una sequela di monologhi che decisamente volevo evitare.
D'altronde ascolti con occhi vivi ma taci, quando provo a dare seguito alle tue deboli obiezioni scopro che in realtà non hai argomenti e mi stai subendo senza possibilità di appello.
Più volte ho il sospetto, guardando la tua bocca piegarsi e i tuoi occhi spalancarsi fermi, che tu stia per piangere e di colpo lo fai.
Me ne accorgo un attimo prima e scendo dal mio trono_divanonero, mi inginocchio di fianco a te e ti abbraccio mentre sei diventato una cosa piccola tutto ginocchia e caviglie, rannicchiato su te stesso a singhiozzare.
Ti abbraccio, ti annuso i ricci e non odori come al solito di shampoo, di pulito.
Piangi e non volevo epperò non capisco esattamente cosa ti fa piangere: se le mie reazioni sono esagerate, lo sono anche le tue.
Per allentare la tensione ti porto un rotolo di carta igienica per asciugarti le lacrime, mentre respiri e sospiri forte.

Due settimane fa.
Entri allegro e ridente chiudendo alle tue spalle il cancello.
Di solito mi chiedevi se dovevi chiudere: il farlo significa rimanere qui con me qualche giorno, avulsi dal mondo in un'assurda bolla rilassante.
Stavolta il rumore del cancello, invece di rallegrarmi come le sere precedenti, mi colpisce in maniera strana, mi rattrista e mi fa di colpo sentire come un pacchetto vacanze all inclusive, un viaggio regalo con tutti i comforts compresi e non pagati.
Sul tappetorosso sei tu ad afferrarmi, a blandirmi, ad accarezzarmi delicato mentre io sono sulla difensiva perché non capisco: sento che stiamo ridiscutendo regole ma non sono pronta, ho troppa carne al fuoco e tu mi confondi, dici una cosa e ne fai un altra, spensierato e leggero come io non sono.
Ma dopo è bellissimo.
E poi come sempre sparisci.

Annichilito e muto, ti chiedo cosa pensi e tu con lo sguardo apatico dici niente, assolutamente niente.
Mi stufo. Ti chiedo che cosa hai ipotizzato, che cosa senti.
Non te l'aspettavi. Ora che ti ho detto dici che ho ragione, che è vero, che sei fatto male, che hai sbagliato e volevi mostrare altro.
Sembri stanco e così io che ti do il rompete le righe, se come dici tu in questo momento non puoi dirmi nulla perché stai implodendo, allora forse è meglio che ti prendi il tuo tempo e vai a riflettere altrove.
Ti snodi dalla posizione raccolta e chiusa in cui sei rimasto, a proteggerti da me, arranchi con la mano a prendere la borsa da terra, ti alzi e barcolli verso la sedia su cui hai appoggiato il cappotto blu che ti sta così bene.
Come rimaniamo?
Ah, non lo so. Onestamente non lo so.
Non so nemmeno quanto di quel che ti ho detto ti sia arrivato, come tu la stia vivendo e come tutto ciò cambierà.
E così risolvo dandoti appuntamento per allenarci, semplicemente, come fingendo che oggi non ci siamo detti niente e che non abbiamo mai visto stelle cadenti sul Lago.
Apro la porta, il cancello fuori è rimasto aperto.
Ti infili e io ti abbraccio, salendo in punta di piedi, tu rimani rigido e io ti bacio sul collo, una volta e poi di nuovo dopo essermi staccata e averti riabbracciato. Stavolta mi abbracci anche tu, un po'.
E poi mi prendi la porta dalle mani, esci a ritroso e la tiri con te, come se non volessi farti guardare mentre te ne vai. Mentre chiudi.
Lascio la presa, lascio che la tua faccia scompaia, lascio.

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