Tuesday, January 25, 2011

"I may not have gone where I intended to go,
but I think I ended up where I needed to be."
[D.Adams]

A testa spenta vado ad allenamento, come ogni giallomartedì tranne il precedente, in cui sono rimasta a casa stesa sul divanonero senza forze.
Cerco di non pensare a ieri quando ho stretto le mie aspettative al tuo collo come un cappio e ho tirato, guardandoti boccheggiare e fuggire con una protervia che ho interpretato come convinzione e non come autodifesa.
Il freddo rende le dita dei miei piedi rigide e senza vita e le troppe sigarette di nervosismo ritornano su tutte quante insieme mentre corro e tossisco.
Ma per la prima volta riesco ad attraversare la palestra sulle braccia mentre Benedetta tiene le mie gambe, come fossi una carriola, e nonostante la fatica sento che gli addominali rispondono bene anche quando la Maestra Cattiva per punirmi mi riempie di piccole pacchette stizzose la pancia mentre tengo le gambe sollevate da terra.

Non posso darti spoiler su quel che accadrà.
Il tuo vissuto è talmente piccolo rispetto al mio che comprendo quanto grande sia la tua analfabetizzazione sentimentale e, a differenza di quelli venuti prima di te, non riesco mai a fartene una colpa ma al contrario mi si scatena una tenerezza invincibile per i dolori che ancora devi vivere.
Sarei sleale e minatoria se ti dicessi il seguito delle tue Scelte Sulla Carta pertanto lascio che tu ti muova a scatti, colpendomi ogni volta laddove fa più male, aspettando che tu acquisti nuove consapevolezze e riporti all'umana quotidianità quel che pensi ti farà stare bene.
Le mie riserve di energia sono quasi al lumicino.

Il miracolo accade.
Salgo fino alla trave, scendo e senza appoggiare i piedi a terra risalgo e tocco di nuovo.
E quando la Maestra ci intima di salire e provare il rènversée in aria salgo qualche bracciata, senza nutrire peraltro alcuna speranza di riuscire, come le volte precedenti.
Invece quando stacco i piedi e tenendomi con entrambe le mani porto i tessuti alla mia destra il corpo si muove da solo: le gambe si appallottolano al petto, la testa scende verso il basso, le braccia si tendono allontanando i tessuti da me e una decisiva spinta della Maestra sul mio culo riottoso fa il resto.
Rènversée!
Ho paura, sento le mani scivolare ma ciononostante rido a testa ingiù, mi sono girata, ce l'ho fatta!
Scendo e guardo le altre, non siamo in tante delle nuove a riuscirci e le altre due hanno una ventina d'anni meno di me.
Riprovo poco dopo e ci riesco senza la spinta della Maestra che peraltro compare sotto di me e comincia a mordere e schiaffeggiare le mie mani.
"Lascia! Lascia! Lascia la mano destra!" urla aprendomi le dita mentre io mi tengo con la sola presa del ginocchio.
"Voltati, girati, guarda in giù! Prendi il tessuto con la sinistra qui, dietro la schiena! Girati, guardalo e afferralo!" sacramenta mentre io mi sento scivolare e allo stesso tempo rido come una matta per l'emozione.
"Cado cado!" dico io senza smettere di ridere ma piena di paura.
"Macché cadiii! Lascia la mano, prendi il tessuto! Non cadi ti dico!" è la chiusa perentoria che non ammette repliche ma soltanto azione.
Appesa a due metri a testa in giù mi tengo al tessuto con il ginocchio destro piegato, mi giro con lo sguardo a terra e con la mano sinistra prendo il tessuto che mi passa dietro la schiena sorreggendomi e me lo giro due volte intorno al ginocchio sinistro piegato per annodarmi in sicurezza.
Ed eccola, la mia prima chiave di violino.
Quando mi sento annodata mi lascio scivolare a scatti verso terra, sul materasso rosso, dimentica del tuffo allo stomaco che ho sentito lasciando la presa della mano destra e quando mi sento sicura raddrizzo la gamba destra e provo una piccola caduta.
Rido sul materasso prima di rialzarmi felice come non mi sentivo da tempo.

La spaccata.
L'ho già fatta ma ogni volta la Maestra passa sotto di me con aria disgustata urlandomi che faccio schifo e togliendomi ogni forza nelle braccia.
Bisogna salire un poco, tre o quattro bracciate, portarsi le mani al cuore stringendo un tessuto in ognuna, aprire i tessuti ed entrare 3 volte nel cotone rosso, annodandosi le caviglie. Una volta annodati si richiudono i tessuti afferrandoli come uno solo, ci si lascia scivolare un poco a gambe tese per formare un angolo retto e poi ci si rialza, aprendo le gambe in spaccata.
La prima volta la Maestra fa la solita faccia schifata e il mio culo diventa una tonnellata facendomi scivolare verso terra.
Non tengo le gambe come dovrei e il mio movimento per annodare le caviglie non sembra un gesto aggraziato ma l'annaspare in aria di una persona agitata.
Così riprovo, concentrando tutta me stessa sulla forma arcuata che faccio prendere ai miei piedi perché si infilino nel tessuto, sulle ginocchia che piego e raccolgo al petto per rendere più fluido il tutto. Nel frattempo la palestra si è fermata, come spesso accade quando qualcuna di noi prova qualcosa, e le ragazze mi guardano mentre la Maestra mi sta di fronte, osservando e dirigendo quel che faccio.
Mi annodo, mi lascio scivolare, raccolgo le forze e mi tiro su, in spaccata. Sento forti i nodi alle caviglie e una volta su scopro che posso lasciare la presa delle mani che tanto i tessuti mi tengono lo stesso perfettamente.
Mi applaudono e come sempre mi imbarazzo ma i sorrisi sono per me, compreso quello della Maestra, Marta mi dice che sono bella, che la mia spaccata da giù è più ampia di quel che io stessa credo osservandomi da dentro.

Ogni allenamento un progresso, piccolo o grande che sia.
Ogni settimana un nuovo elemento per capire quel che siamo o stiamo diventando.
Mentre i tessuti mi danno fatica e gioia tu mi dai fatica e dolore perché da una volta all'altra scordi quel che ti accade dentro, dimentichi i piccoli passi di consapevolezza che dovrebbero dirti con chiarezza quel che stai provando.
Al mio fianco ti sciogli, appena ti allontani ti indurisci senza sapere che la sublimazione rende ogni volta più debole la tua consistenza.


La Maestra dice che parliamo troppo tra noi durante l'allenamento ma il nostro gruppo è forte e solidale, non c'è invidia ma gioia quando qualcuna di noi riesce a completare una figura.
Marta ha paura di mettersi a testa in giù nonostante salga aggraziata e sia più forte di quanto lei stessa non pensi. Elena è perfetta e fredda come un replicante in ogni cosa che fa ma quando riprova lo Scorpione esita più delle volte precedenti prima di aprire le mani e precipitare verso terra. Lucia riccia e occhialuta sale e scende con la forza adamantina dei suoi 14 anni, metà dei quali passati a fare danza, deliziosa nella sua tutina di lana azzurra sferruzzata a mano. Giulia è malata e ha ancora il sedere più pesante della testa, Ludo si dimostra talentuosa seppure pigra e poco incline alla sofferenza che le aprirà le scapole, Elettra sale con la sola forza delle braccia perché come me all'inizio non trova un accordo con i piedi e non riesce a sfruttarli per salire.
Siamo bellissime, tutte, dalla prima all'ultima.

Piove o forse nevica, non si capisce.
La strada è buia e trafficata mentre riporto a casa Giulia che tossisce e mi chiede come sto.
Sto male, malissimo direi se oggi non avessi fatto la chiave di violino, un premio alla mia saggia pazienza dentro e fuori dalla palestra.
Avrei mille modi per dirti che soffrirai quanto non credi una volta fuori dalla mia orbita ma mi forzo per lasciare che lo scopra tu stesso, esercitandoti a scappare ogni volta solo per capire che hai già un legame che ti riporta qui, volente o nolente.
Ti spaventa quel che senti e mi lasci combattuta tra l'incredulità che tu conosca ancora così poco di te stesso e la paura che mi sale ogni volta che si avvicina il momento di separarci.
Mi chiedo cosa riporterai a casa delle nostre notti passate a giocare e parlare e fare l'amore.
So con certezza che ogni volta mi allontano io di un minuscolo passetto, mi stai prendendo per stanchezza senza peraltro immaginare che per questo motivo tra poco tutto questo finirà e le mie energie verranno calamitate da qualche altra parte.
Comprendi ma scordi per paura, non ti lasci andare al qui e ora, non capisci che è adesso o mai più e io mi torco le mani impotente guardandoti rendere sempre più liso questo sentimento per te inaspettato che non riesci a concepire e pertanto ad accogliere come meriterebbe.
Sali ma poi scivoli, ritornando con i piedi per terra mentre io resto su, con la forza dei miei anni complicati ma bellissimi, a incitarti silenziosamente sperando che tu decida di rimanere in alto come me.
Occhi negli occhi, come quando ci guardiamo con le teste sui cuscini, senza parlare.

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