Tuesday, January 11, 2011
Your hiding place isn’t watertight.
Life trickles in everywhere.
[Persona, 1966]
Il nuovo tessuto è rossobordeaux.
Lo fisso io stessa alla trave del soffitto, arrampicata a piedi nudi sulla scala altissima e barcollante.
Piera lo prova prima di me e scendendo dice che è un bel tessuto, non brucia i piedi scendendo.
Appena mi ci attacco percepisco un bel feeling: è morbido ma non troppo e quando lo tiro verso il basso impugnandolo, per capirne la resistenza, sento che cede meno di quel che avrei pensato.
Salgo senza pause, salgo facile. Piedi saldissimi, arrivo al soffitto senza sentire la paura formicolarmi nelle orecchie, guardo in su alla trave e la supero con la testa, toccandola per pura pignoleria personale. Scendo e sento che le braccia mi reggono. Io mi fido delle mie braccia.
Siccome salgo, e alla presa dei piedi non penso neanche per un attimo, risalgo ancora e ancora e così comincio a giocare. Voglio riprovare un nodo ai piedi che avevo eseguito bene ma troppo basso per cui non ero riuscita a completare la figura.
La Terribile Maestra, guardandomi farlo, mi aveva detto che il problema erano le braccia, mi lasciavo scivolare verso il basso.
Stavolta salgo alta e mi concentro: ho le mani all'altezza del cuore e le braccia strette al busto che stringono forte il tessuto mentre stendo le gambe diritte davanti a me e poi con una torsione le giro attorno al tessuto per avvolgerlo attorno alle caviglie.
"Apri i piedi, apri i piedi a papera!" urla la Maestra e io sono talmente presa che neanche realizzo che sta parlando con me.
"E poi?" chiedo dubbiosa dopo averlo fatto.
"Lascia le mani, no!?" ringhia lei.
Mi lascio andare e rimango a testa ingiù, penzolante come l'Appeso.
Ho calcolato bene l'altezza e non sono poi scivolata ingiù: sotto le mie mani dondolanti ho un metro di spazio prima della terra.
Alla rovescia gioisco e mi batto le mani da sola.
Il renversé mi odia.
Dopo aver continuato a salire e scendere lo provo con fiducia per poi capire al volo che invece neanche oggi è il giorno in cui mi girerò.
Da terra mi viene senza sforzo ma appena lo provo a due metri mi sembra una fatica immane e rimango bloccata senza riuscirci. La Maestra si allontana da me disgustata.
Riprovo, due e tre volte, sprecando forza per fare altro dopo, ma niente, gniafaccio.
Inoltre, non so se per la disabitudine dovuta alla pausa festiva o per gli altri pensieri che mi girano in testa, oggi la Maestra mi urta particolarmente e la sua ruvidezza non mi scatena il solito sorriso ma dei vafangù assortiti ogni volta che mi si avvicina con le sopracciglia già aggrottate.
Mi riposo un po', per calmarmi.
La Maestra raduna tutti i materassi sotto il tessuto viola: Elena sta per provare Lo Scorpione.
Sale sciolta e potente come al solito ma con un pacchetto di fazzoletti stretto tra i denti, per evitare di sbatterli quando proverà la figura.
Tutte ci fermiamo a guardarla mentre, arrivata alla trave, si lega le caviglie come ho fatto io poco prima con successo. Poi, seguendo le direttive che le vengono dal basso, sta in piedi, con lo stomaco appoggiato al tessuto.
"Non tenerti, molla la presa delle dita: apri le mani e appoggiale semplicemente al tessuto."
Diritta come un cristo e fredda come un replicante Elena esegue.
"E ora apri le braccia!" e lei, dopo pochissima esitazione, lo fa.
Si lascia cadere all'indietro come un pendolo.
E io m'innamoro totalmente: Lo Scorpione!
E' stato fantastico vedere precipitare all'indietro Elena, diritta come un fuso, quasi fino a terra, per rimanere poi a penzolare.
Da oggi stesso comincio a lavorare per portare Lo Scorpione al saggio finale di cui la Maestra parla da tre settimane.

