Tuesday, October 25, 2011
"Amare un giovane è come sfidare Dio"
[A.Merini]
Martedì di pioggia: mi alzo con il buio, spio, torno a letto e sogno cose tremende.
Quando torni tu i tessuti mi aspettano e la fretta mi insegue, vorrei restare qui con te al caldo ma forse anche no.
Riappaiono Marta e Lucia, Camilla torna dal suo viaggio, un bel tipo ci guarda fare allenamento e nonostante la settimana saltata il mio fiato regge e così le mie ginocchia sulle quali non avrei scommesso un centesimo dopo averle sentite scricchiolare l'ultima volta che ho messo i trampoli.
A la guerre comme à la guerre, penso vestendomi con uno dei miei costumi preferiti ben sapendo che chi mi guarda mi troverà raffazzonata e miserevole con il tutù rappezzato e i mutandoni, che celano i miei piediveri, una volta bianchi ma ora segnati come la mia faccia stanca alla fine di questi 3 giorni di seminario. Eppure salgo, mi scaldo alzando le gambe doloranti, tirando gli addominali esausti e fingendo di non sentire il male che provo in ogni singola giuntura del mio corpo. Mi hanno detto che ho una certa eleganza che però pare lì lì per sbocciare ma non sboccia mai.
Realizzo che è vero, sono proprio io, una donna che cerca la sua femmina ma che ancora non l'ha convinta a rimanere e che pertanto alterna passeggiate eteree e sgroppate cavalline.
Lui è stato graziato per la giovane età: ha mal di schiena e pertanto non salirà sui trampoli e non mostrerà il suo pezzo. Io invece, che son vecchia e caparbia, salgo e come il migliore dei clown rimango nel mio disagio di muscoli addolorati e pantomime che ben poco assomigliano al fine teatro che qui s'insegna.
Ma sono venuta qui per farmi valutare fino in fondo e consolo me stessa dicendomi che da quel che mi diranno potrò ripartire a lavorare.
Invece, annichilita da ginocchia che mi svegliano la notte e da un estremo senso di stanchezza tipico di chi sente di aver sbagliato strada ma è troppo esausto sia per tornare indietro che per proseguire, finito il mio numero li tolgo per non rimetterli per un mese intero.
Mi scaldo salendo e scendendo 3 volte senza toccare terra, le mie mani tengono e il dolore alle nocche non è un mio pensiero, saldi i piedi che mi reggono al tessuto, nemmeno per un attimo ho paura salendo al soffitto.
"Il pipistrello!" intima LaMaestra e io salgo per farlo seguendo passo passo le sue indicazioni...se non fosse che a metà si gira a seguire un'altra e lasciando me lì appesa e annodata.
Scendo, riposo le braccia e risalgo e in questo martedì di pioggia il piccolo miracolo avviene e mi ritrovo finalmente a testa in giù a legarmi con la maggiore calma e precisione possibile il tessuto attorno alla coscia sinistra per poi lasciarmi cadere srotolandomi.
Riprovo tutto quel che sapevo fare, balloon, spaccata, nodo di piede, spenzolamenti nel vuoto ma stando ben attenta a eseguire senza fretta, con i piedi appuntiti e le mani aggraziate e senza stringere i denti o fare strane smorfie.
Al corso di mimo c'è uno specchio di fronte a noi e per le due ore successive tento di concentrarmi esclusivamente sui miei movimenti e non sulla faccia che ho, sulla faccia che ha la ragazzina di fianco a me, su dove punta il tuo sguardo.
Per tre quarti del tempo soffro, sono in uno di quei momenti in cui mi chiedo esasperata chiccazzo me lo fa fare. Mi domando disperata perché non sono diventata quella che i miei genitori avrebbero voluto e perché continuo a mettermi alla prova, a togliermi la sedia da sotto il culo, a complicarmi la vita. Invece sto in mezzo a gente con vent'anni di meno che gioca spensierata, senza sovrastrutture, senza timore, senza pensieri mentre io annaspo alla ricerca di qualcosa che sembra sfuggirmi non appena mi avvicino troppo.
Guardo i tuoi movimenti imprecisi e goffi, come quelli della mia deliziosa vicina di destra, vi guardo e nonostante tutto siete così belli, così giusti a fare quello che fate tanto quanto io invece mi appaio fuori tempo massimo.
Ma la tua voce nel mio orecchio mentre pedali lungo le vie della mia città per riportarci a casa e le tue mani su di me anche se potrebbero vederci mi rinfrancano quel tanto che basta per farmi alleggerire un poco. Un poco.

