Friday, February 24, 2012

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Ingrata come tutti i bambini che dopo averlo adorato incondizionatamente fanno la tara al genitore, bestemmio e ripudio LaMaestra. La sconfesso, le tolgo potere negandola e lasciando il suo corso dopo due anni di tentennamenti, alti e bassi: sono stufa di sentirmi brutta e pesante, di perdere figure e prese a ogni lezione perché il suo sguardo mi attraversa trasparente ogni volta che sono sul tessuto.
Lascio tornando a casa con una pesantezza nel cuore che si declina nei nomi delle mie compagne, nella luce della palestra grande con i soffitti alti, nel magnesio che mi si ferma nelle pieghe delle dita. Nel dolore che sento a ogni giuntura e in ogni muscolo teso allo spasimo per fare meglio ogni volta.

La Palestra 20 è sotto le gradinate dello Stadio, insospettabilmente grande ma pur sempre piccola piccola rispetto a quella a cui ero abituata. Due soli tessuti pendono, uno rosso e uno verde mela, e il pavimento è di morbidi materassini. Il riscaldamento è una burletta di 50 addominali e qualche allungamento che sveglia appena il mio corpo, duro a mettersi in moto, e l'età media è liceale. Eppure ognuna di quelle bimbe padroneggia varie figure, salite e discese, segno che la loro maestra non è stata avida e avara come lo era la mia e ha ceduto loro la bellezza di questa disciplina.
Emma entra come la diva che si sente, nonostante sia un allenamento porta i capelli semisciolti ad arte sui begli zigomi alti e fa il riscaldamento con sufficienza, come la prima della classe che si annoia a fare gli esercizi di sillabazione perché sa già leggere.
L'Altra Emma è un topino di capelli neri corti e nasino sottile che sale il tessuto come un furetto che scivola lungo i rami di un albero.
Non so fare salite se non quella più semplice, non so fare discese se non quella più semplice, non so fare. D'altronde, grande delusione, la nuova maestra è come quella vecchia, non m'insegna ma resta girata a seguire le più brave lasciando me e altre quattro ragazzine a provare da terra quel che in aria ancora non ci riesce.
Del resto i tessuti sono questione di testa, se è troppo piena è un peso da portare su e come sempre in questi casi la presa dei piedi non mi tiene lasciando tutto il lavoro alle mie braccia, non abbastanza muscolose dopo un riscaldamento del menga come quello appena fatto.
Eppure continuo, riprovo, sorrido, mi complimento.
Non lascio che la delusione che provo traspaia ma, guardando l'orologio e sperandomi già a casa, medito vendetta ed escogito Piani B che io per prima sento irrealizzabili.

"E' inutile" mi dico guidando verso casa "datti tregua, sii gentile con te stessa. Piantala."
Ma sì, piantala.
Arrenditi al nervo sciatico che urla sul divano, figurarsi in una spaccata a 4 metri. Arrenditi all'artrite che non ti fa chiudere le dita e che la resina collosa per rimanere attaccate al tessuto non migliorerà.
Arrenditi al fatto che hai una tristezza ventennale che vorresti consolata da un saggio millenario mentre ad aspettarti a casa sta un bimbo che vent'anni li ha passati da poco.
Arrenditi al tempo, alla stanchezza, alle ossa che dolgono, placati.
Perdona, perdonati ché non c'è nessun colpevole se non che questo giro di ruota è andata così.

Piangerei ma non posso, non mi sento di farlo qui, davanti a te, anche se è casa mia e se è sempre stata il mio rifugio dai mali del Mondo.
Abbozzo, mangiucchio, gioco un po' e finalmente riesco a distrarmi pigiando X,Y,B e A con perizia e concentrazione, senza paura perché questo è un gioco dove muoio mille volte senza farmi mai male e dove l'unica frustrazione è dover ricominciare uno schermo, mica come là fuori.
Di nuovo tutta l'Ingiustizia dell'universo mi pesa sulle spalle e mi rende ispida ma senza poterlo esprimere in tutta la mia velenosità perché ho testimoni davanti ai quali non voglio dare il peggio di me. Educativamente parlando, s'intende.

La Luigina, barista della Rivetta, mentre uscivo mi diceva di accompagnarmi, di trovarmi un uomo e io scherzando come mio solito le ho risposto "Ho smesso!"
Lei si è fatta serissima, la sua espressione era sdegnata, mi ha afferrato il braccio all'altezza del gomito per fermarmi e la sua voce era preoccupata e quasi affranta come quella di qualcuno che vuole avvertirti di un pericolo di morte e che tu però non ascolterai.
"Dici così adesso ma poi? E dopo? Tra qualche anno? Non si può stare soli, non si deve, si sta male!"
E a me veniva da ridere perché il poi è adesso, il dopo è già accaduto e male sto già, da un pezzo tra l'altro.
Inseguo sogni che il mio corpo non può più perseguire, sono una macchina d'epoca, elegante ma limitata, da accudire in un garage più che da far correre in strada in mezzo a quelle moderne. La mia meccanica è il meglio che c'era ma le piccole utilitarie moderne mi danno metri senza sforzo e la benzina ha un costo esorbitante che posso permettermi sempre meno.
In tutto questo, mano a mano che la consapevolezza diviene cemento, mi scappa un po' da ridere quando non mi verrebbe da fare su due valigie e andare altrove.


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