Wednesday, February 29, 2012

Like coming home and you don't know where you've been
Like black coffee, like nicotine
[Hawkmoon 269 - U2]

Il sole che scaldava è ormai sceso ma la festa ambulante continua con i tanti che dalla piazza si sono uniti a noi. Attaccati a un muro io e te aiutiamo Matteo, da sempre il più alto di tutti noi, vestito da operaio tutablu a baciare dolcemente la fidanzata travestita con un enorme parrucca afro, sollevandola fino alle sue labbra. Il vino rosso macchia le nostre.
Appena dopo la curva il Ponte dell'Accademia, di legno, con gli ultimi scalini di pietra stretti e pericolosissimi. Mi guardo attorno, per un attimo indecisa, e l'unico compagno gambelunghe che vedo è Axel che lo sta già salendo, tenuto per mano da due donzelle. Lascio passare il carro con le casse che pompano musica a tutto volume, ancora scruto davanti e dietro, il Ponte è un fiume di folla che si è divisa per lasciarci attraversare e così non mi rimane che prendere il respiro, rilassarmi e prendere il tempo sui gradini, spegnendo il cervello e sforzandomi di mantenerlo così per trasformarmi in un divenire fluido che sale e sale.
Sono un'altissima ballerina di tulle nero, non lo scordo mentre attacco la scalinata imprimendo il ritmo ai miei gommini, sollevo lo sguardo non appena mi sento sciolta, i miei occhi tornano a scrutare la sommità e non ho paura di fallire neanche per un attimo, semplicemente vado.
Commenti ammirati mi giungono alle orecchie in tante lingue diverse e io li accolgo nelle ginocchia che mi fanno danzare su un gradino più largo e suscitando così ancora maggior stupore.
Accolgo anche una mano femminile che si offre di aiutarmi, premurosa, e quando la afferro grata perché comincia la discesa sento che mi stringe fortissimo mentre io cerco di darle meno peso possibile perché voglio fare da sola.
Scendiamo e io guardo avanti, spavalda, elegante, di striscio le luci della sera e i sorrisi degli spettatori fino ai gradini finali per i quali d'istinto mi metto di lato, per guadagnare spazio, se sbaglio un passo cado e dio solo sa come. Ma la mano regge, i gradini mordono ma non abbastanza e volo sugli ultimi due, per lasciarmeli alle spalle e atterrare aggressiva e vittoriosa finalmente a terra, con le braccia alzate.
Una mucca pezzata mi porge subito una bottiglia di plastica piena di spitz arancione che bevo con soddisfazione per celebrarmi e festeggiare il Disgelo in questa Venezia di piume e mantelli che come ogni volta mi regala lo stato dell'arte dei miei sogni di gambelunghe.
Uno ad uno recupero i miei compagni e poco dopo, nella Piazza dove si forma un cerchio spontaneo, giochiamo al Circo e ci facciamo belli. Io ballo sinuosa, libera, il baricentro mi segue ovunque e non ci perdiamo mai di vista, nemmeno se salto, mi abbasso sulle ginocchia o giravolto nello spazio in cui ci hanno circoscritto.
Tu arrivi, nero e bellissimo, e la nostra discesa, in cui tu mi lasci scivolare a terra in spaccata tenendomi le mani da dietro, riesce dolce come mai prima, potenza del pubblico. Il Terzo è andato, da tempo ormai, e io lo sfido a distanza chiedendo ad Axel di giocare la sua parte, di fare il secondo porteur in modo da permettermi di essere sollevata, girarmi a testa in giù e rimanere lì appesa a ballare trattenuta solo dalle vostre mani alle mie ginocchia e dalla fiducia che nutro in voi.
E succede, funziona, anche se non l'avevamo mai provata prima noi tre e Axel mai del tutto.
Il cappello che raccogliamo è la cena di kebab e falafel di tutti i trampolisti che consumiamo seduti sui gradini di portoni chiusi, in una calle stretta e affollata dove passano mille maschere che ci osservano curiose.
In Piazza San Marco ho ballato in mezzo a 20 infradito scatenate, ho arringato alla folla con un berretto da marinaio e litigato con una straniera ubriaca che rivoleva il suo cappello senza che nessuno di noi gliel'avesse sottratto. Un americano mi ha toccato il culo e si è visto scagliare il berretto a 3 metri di distanza e in una passeggiata verso la laguna con MaSa sono finalmente caduta, semplicemente facendo un passo su lastroni scivolosi dell'umidità e dei coriandoli di questo carnevale post gelo.
Mi hanno rincuorato e offerto una sigaretta, uno ha provato a rialzarmi ma non ce l'ha fatta, poi sono arrivati due gambelunghe e sono risalita sentendo la chiappa destra pulsare dolorosamente fin su a metà schiena.
La maschera nera l'ho lasciata a metà parata in mano ad Arlechin Batocio con poche speranze di rivederla, e infatti: lei l'ha affidata a due amici che l'hanno portata via con loro e probabilmente in questo momento è su un'isola a quaranta chilometri da Venezia, in buone mani sì ma comunque lontano da me.

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