Monday, March 19, 2012
I left my soul there,
Down by the sea
I lost control here
Living free
[Morcheeba, The Sea]
Magro e sorridente.
Più sciolto, più tranquillo tanto da far sentire più tranquilla anche me che entro per la prima volta in casa tua. Casa che condividi con i tuoi (di casa loro l'atrio in cui mi accogli) ma con i quali non abiti poiché hai il tuo appartamento. Se immaginavo di passare per un pianerottolo e vederti infilare una chiave nella toppa, beh, non sarà oggi: andiamo nel tuo appartamento prendendo un ascensore interno, ci smaterializziamo per dieci secondi per riapparire poco più su, due rampe per l'esattezza, a casa tua.
Rosso, nero e legno, un frigo bianco che contiene cioccolata e tanti funghi atomici di pasta da pizza che però sono di tua sorella.
Mi offri una birra in lattina mentre stiamo seduti al tavolo e piano piano rifacciamo conoscenza.
Mentre sono in macchina per venire a casa tua mi accorgo di quanto davvero abitiamo vicini, 5 minuti al massimo e realizzo anche che è stato a marzo di 5 anni fa che ci siamo visti l'ultima volta. Tolto ovviamente quel giorno di dicembre scorso, vicinissimo al mio compleanno, che ci siamo trovati nel tuo locale, io per provare sui trampoli e tu ad affittarmi la sala. Anche in quell'occasione avevo trovato il tuo abbraccio sorprendentemente morbido e te molto più rilassato di anni prima. Hai tagliato i dreads che ti arrivavano al culo e adesso sei come eri a scuola, riccio e basta. Magro come un bravo vegetariano, dedito alla bicicletta in ogni sua forma, montata o smontata che sia.
Ci sentiamo poi al telefono per un'ora di chiacchiere che scopro insipide tanto che quando riattacco rifletto e mi accorgo che è come se avessi una fretta fottuta di raccontargli cos'ho fatto in questi anni e che probabilmente lui non ne ha altrettanta. In fondo tra lui e me è sempre andata che non ci prendevamo come tempi, lui è una tartaruga millenaria, io no.
E in effetti quando mi spieghi che cos'hai fatto racconti ben poche cose e quasi mi sento in colpa io di averne tante da dirti.
Rimando finché un sabato di marzo tutto sembra incastrato e ci vediamo.
A casa tua, appunto.
Parliamo di Star Trek, tofu e biciclette finché incredibilmente finiamo a parlare di scuola. Ne abbiamo sempre parlato poco io e te, a volte sembrava che nemmeno fossi nella stessa classe e ora sei tu a ricordare il più bravo della classe che ti passava le versioni e che adesso è prete.
Parliamo un sacco e io nel frattempo mangio e fumo come un'ossessiva-compulsiva, mi svacco sul tuo divano con i calzini e vaneggio del più e del meno. Sembri contento e coperto e così rimango anche io e la serata scorre senza raccontarsi cose importanti o segrete o di grande spessore ma questa volta non ho fretta. E' come se mi fossi improvvisamente calmata e così mi godo queste parole che scambio con un adulto piacevole come la sua intelligenza e i suoi modi educati. La cosa strana è che lo sento naturale nella mia vita come quando passavamo la notte a parlare sotto al patio, in Spagna, eppure sento che siamo entrambi molto cambiati.
Mi piacerebbe conoscerti meglio ma un po' sono stanca e un po' mi arriva un rumoroso sms che ti fa esclamare un apperò rassegnato, quasi che te lo aspettassi che c'era qualcuno. Mi chiedi se voglio che mi passi il cellulare, per leggere, ma io ti rispondo che no e sto stesa ancora un po' sul tuo divano, guardando oziosamente il soffitto di legno, rilassata e senza pensieri.
Nell'atrio dei tuoi ci salutiamo, ti abbranco con il braccio a uncino e ti stampo un bacio tra guancia e collo, affettuoso. Solo poco dopo, tornando a casa, ricordo che anche tu mi hai baciato una volta, sul ponte di un traghetto, dicendomi che avevo un buon odore, e che io ho finto di continuare a dormire con la testa sulle tue gambe perché non trovavo nulla da dirti.
Venerdì, due settimane dopo.
Vengo a "farti visita", come dici tu, stavolta nel tuo locale: hai un corso di flamenco fino alle 22 e chiedi se mi va di farti compagnia. Cosa accadrà dopo non so: mi manderai a casa o mi inviterai di nuovo a mettere i miei anfibi polverosi sui tuoi divani bianchi per un prosieguo della serata?
Si ripete il miracolo delle volte scorse, tranquilla io e tranquillo tu, mi accomodo sulla sedia girevole dietro il bancone come lo facessi tutti i giorni. Beviamo una birra, che offri tu, e mangiamo una pizza che invece ti pago io per metà, diciamo che di formalità inutili sei pieno ma non così di cavalleria.
Anche tu imbocchi la deriva del piangere miseria salvo poi scoprire che ogni giorno mangi fuori e hai un tenore di vita ben oltre la pura sussistenza. Del resto mi pare di capire che funzioni così: chi davvero è senza un soldo non perde tempo a lamentarsene ma cerca occasioni.
Sui divanetti fuori si sta bene, la lezione è finita e così ti chiedo che cosa hai fatto in questi anni che non ci siamo visti. Che posti hai visitato, chi hai conosciuto, quali lingue hai imparato o quali abilità hai acquisito ma per ognuna di queste cose la risposta è "nessuno". Ogni mattina fai la stessa identica colazione di pane abbrustolito e olio, ti rechi al lavoro in bicicletta e fai il tuo pranzo nel baretto di fronte. Fai passare i pomeriggi fumando e chiacchierando con la tua crew tutta al maschile, giochi con le biciclette vecchie finché non arriva l'ora di tornare a casa, mangiare un sano pasto vegetariano e spararti qualche serie con l'immancabile compagnia di tua sorella, pure lei evidentemente dedita a questo stile di vita monastico.
Anche se lo sapevo già fa più effetto rivedendoti a salti temporali di qualche anno scoprire ogni volta che non hai fatto niente ma c'è di buono che rispetto a tempo fa non sei aggressivo nel giustificare la tua scelta di immobilità, pure se tacci me di essere frenetica.
Non sono frenetica, tutt'altro, è che dal bunker imbottito dove ti sei calato anni fa probabilmente sembra tutto più in movimento di quanto non sia.
E' appena mezzanotte o poco meno ma ti vedo irrequieto e penso che tu debba tornare a casa seguendo quel che suggerisce il tuo assodatissimo copione che almeno a prima vista non sembra avere spazio per l'improvvisazione del momento. Ergo: stasera finisce qui.
Rimango fuori a guardare le stelle mentre tu giri qua e là spegnendo luci e chiudendo porte per poi piombarmi davanti alla faccia e apostrofarmi con un imbarazzato allora? come se fossi piantata in mezzo a un passo carraio dal quale devi uscire.
Allora niente, stavo aspettando che chiudessi per salutarti, tutto qui.
Dove hai la macchina? mi chiedi poi, di nuovo cortese come se volessi accompagnarmici.
Ma io sono ancora incantata sulle stelle, nitide e rinfrancanti, sulle distanze siderali e sull'incredulità di ritrovare persone, una volta magnifiche, sbiadite e riassunte.
Poi.
Mi cerchi tu, più volte.
E io distanzio, anche se dolcemente.

