Friday, March 09, 2012

The love that dare not speak its name.
[Two loves - Lord Alfred Douglas]

Sono io! vorrei gridare.
Vorrei che tutti lo sapessero così come, meno romanticamente, vorrei che fosse chiaro il merito del set che ti sta facendo riscuotere tanto successo. Perché come sempre è dalla mia testa che sono nate le idee, i colori, la disposizione degli oggetti che abbiamo trovato in loco, l'ispirazione giocosa che ci sta dietro.
Tu ti sei limitato a scattare e ad arrabbiarti ogni minuto perché i flash non funzionavano a dovere invece di cercare un'altra soluzione, indicativo di come tu sia poco abituato ad arrangiarti con quel che ti trovi in tasca e a fare a meno di quel che non puoi avere.
Sono io, vorrei urlare al mondo, sono io che ho disposto i piatti uno per uno mentre tu spazientito mi dicevi di fare poco rumore ché ci avrebbero scoperti, sono io che ho voluto una foto vicino a quella scritta sul muro che tu neanche avevi notato, sono io che da mesi mi sto prendendo cura di te, in ogni senso.
Ma, buffa coincidenza forse voluta: sono celata dalla maschera del Coniglio Bianco e nessuno mi riconoscerà.
Ah, se solo si soffermassero a guardare meglio...ci sono i miei inseparabili anfibi con i lacci colorati, ci sono le mie mani nervose e sottili, c'è l'estrema intimità che traspare dalla perfetta conoscenza che mostriamo l'uno dell'altra, c'è la forzata indifferenza reciproca che ci imponiamo nelle occasioni pubbliche.
Ad un occhio curioso come il mio questi particolari risulterebbero lampanti così come evidenti mi sono sempre sembrati i piccoli segni che disseminavi qua e là al tempo in cui ti inseguivo a debita distanza, per non spaventarti troppo: sguardi subito abbassati, piccole cose non dette, sparizioni tattiche, mani.
Ti chiedo una foto per il mio profilo, per seminare indizi, anche se ormai non so più nemmeno io bene perché. Tanto qui vige il Silenzio o peggio l'omertà. Questo Segreto di Pulcinella mi pesa ogni giorno di più e a pesarmi è maggiormente il fatto che chi mi conosce lo sa mentre chi conosce te no. Non l'hai detto a nessuno, eppure da mesi paghi un affitto per una stanza in cui non abiti perché ti svegli con me e ti addormenti al mio fianco, schiena contro schiena o tenendoci la mano.
Rispondi che sì, me la darai e che sì, la posso pubblicare ma poi non mi dai nulla e a pubblicare sei tu, prendendoti la gloria di un pomeriggio nato da me e della tua bellezza recentemente accresciuta, poiché maturata, che stupisce chi non ti vedeva da qualche tempo.
Appena rimango sola faccio quei conti di spietate bilance che quando siamo insieme mi impongo di non fare. Forse è per questo che non ci separiamo praticamente mai.
Piange il mio piatto, piango io mentre sfoglio foto di carni sode, occhi ammiccanti e lingue bucate perché mi so condannata. Se non ti allontano io, tu non lo farai.
Come sempre a me l'onere della scelta scomoda, della castrazione del cuore quando ancora pulsa vitale, del recidere e dell'amputare.
Più aspetto e peggio sarà, sono da troppo ben oltre il tempo massimo e no, proprio non riesco ad adagiarmi incosciente in questo letto di spine perché l'immobilità assoluta non mi ha mai donato gran che.
Appena esci nel mondo il mio cuore diventa un enorme buco nero che conta i secondi prima della tua fisiologica dipartita e l'umiliazione di soffrire così per qualcosa che io stessa sento giusto e naturale mi annichilisce. Vorrei essere una donna potente, più forte di come sono, ma talvolta mi perdo nello stupido sogno che sia vero, che il bisogno che hai di me sia il reale riconoscimento di chi sono e non, invece, della mia maggiore esperienza di vita.
Ma io stessa accetto la Maschera, sono io per prima a rimanere nascosta nell'ombra per paura del giudizio del mondo, per la vergogna di quel che provo perché non si fa, non va bene, gli altri non lo fanno.

Prima ancora di essere del tutto sveglia ti preparo la colazione, panino e spremuta anche se odio il formaggio che si appiccica alle dita, odio spremere le arance e odio farlo oggi che torni nel mondo, in mezzo alle bellefacce, ai tuoi amici, alla tua vita normale.
Per questo lo faccio con un risentimento che cerco di tenere nascosto poiché se c'è una colpa in tutto ciò non è tua bensì mia che mi ostino a non darmi pace, a non lasciarmi invecchiare con dolcezza come invece meriterei.
La rabbia sottopelle che mi porto è per me che soffro i segreti e i nondetti ma ne faccio rifugio e regola di vita perché sono abituata a prendere quel che c'è senza discutere.
Ogni volta che si apre uno spiraglio tu vai, incurante e irrispettoso, come se io fossi appunto un accessorio che ti porti in tasca simile ai mille aggeggi cinesi che comperi per potenziare la tua macchina fotografica. Come se fossi una cosa, funzionale alla tua crescita, immobile e insensibile, sempre qui e pronta ad essere usata alla bisogna.
Ogni volta ci casco, dimenticando che hai una vita che volutamente mi nascondi forse per paura di perdere quel che di utile ti fornisco e nonostante mille volte ti abbia detto che non puoi avere tutto quanto.
Sei tu che porti la Maschera e io sono una sciocca, poiché inutilmente sincera, dilettante.

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