Saturday, June 16, 2012
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L'una di notte.
Un buon orario per iniziare un corso di tango, soprattutto su queste colline romagnole piene di lucciole e gattini da non pestare.
La musica risuona nell'aia e le persone cominciano a muoversi nello spazio, dapprima timorose e ridanciane e poi sempre più comprese. Provo a convincerti a partecipare ma sei irremovibile e così rimaniamo seduti a guardare, un po' contenti di non essere in pista e un po' no.
Io mi rivedo salire sul tessuto rosso fuoco appeso all'albero, dopo mesi che nemmeno mi alleno. Mi cullo nella felicità di sapere che non ho avuto paura mai e che anzi, sentivo quella voglia di risalire e provare un'altra figura che non mi gustavo da secoli: le ultime volte i tessuto erano solo stanchezza, timore e cose che per questi motivi non riuscivano. Invece appesa a questa quercia sono stata proprio bene, ho provato figure a due e salite che non avrei mai neanche pensato di poter fare e ne sono scesa più tosta d'animo e di muscoli.
Tu chissà a che pensi. Tutta questa scena di nongiovani che ballano è un po' irreale, come un film, ma chissà come te la vivi tu. A me fa sorridere perché mi sembra un'opportunità di vita, una storia raccontata. Ma chissà tu che pensi.
Nero.
Il mio corsetto, la gonna di tulle, la striscia di trucco che mi attraversa il viso da occhio a occhio. L'umore.
L'ansia da pre-parata e pensieri variegati mi rendono crepitante al punto che mi chiudo in camera a fumare.
E la parata va benissimo, anzi. Scendo al tramonto in una Piazza Maggiore rosa e accaldata, ricolma di amore, beviamo una birra io e te e sarebbe bellissimo se tu non fossi così indisponente. Camminiamo fino alle bici e il ritorno a casa è una passeggiata onirica di stanchezza e spalle nude attraverso la mia città che di notte si fa gialla e stasera osserva passare una donna nera e sottile abbigliata come per un galà e truccata come per un rave.
Sarebbe tutto così dolce se tu non fossi così malmostoso per motivi che non mi è dato di sapere e banalmente realizzo che è ingiusto tutto questo.
Così, una volta sul mio letto, docciati e struccati, rivendico con dignità il mio essere felice che è legato a cose piccole e brevi come la sensazione tutta nuova delle stecche che mi hanno segnato il busto e del sole sulle spalle nude ed esposte agli occhi di tutti.
Tu ascolti, mi guardi, non rispondi. Mi stringi, sì, ma non mi dici nulla di quel che ti ho chiesto.
Mare.
Il mio, a pochi passi da casa. Spiaggia libera e il solito ombrellone blu che mi tiro dietro da secoli.
Sarebbe bello se il tuo sguardo non vagasse sulla famiglia tutta figliefemmine che abbiamo alle spalle, incurante del sole ti sposti a seconda di dove riesci a scrutare meglio, preferibilmente nascosto dalla borsa portaviveri. Ogni volta che mi giro a guardarti i tuoi occhi cambiano traiettoria, segno che entrambi sappiamo, e così preferisco tenere la faccia dall'altra parte lasciandoti libero non solo di guardare ma di fare quel che ti pare. Io cerco di rimanere concentrata solo su questo sole bruciante e sul rumore del vento nelle orecchie.
Casa.
Mi riempio di crema la pelle che come sempre ho strinato per la troppa voglia di farmi scaldare, il Sole è l'unico dal quale io mi faccia possedere interamente, anche quando è un amante violento che lascia il segno. Sono altrove e non rispondo ai tuoi abbracci, non sono reperibile. Più di una volta mi sale alle labbra qualche frasetta acida che tengo per me ben sapendo che non avrebbe effetto se non quello di umiliarmi ulteriormente. Le parole valgono meno di una decisione.
Ti resto a distanza finché tu, senza salutare, ti addormenti di colpo di fianco a me lasciandomi libera di rimirare indecisa il tuo bel naso e i sentimenti che mi si agitano in petto.
L'una di notte.
Un buon orario per iniziare un corso di tango, soprattutto su queste colline romagnole piene di lucciole e gattini da non pestare.
La musica risuona nell'aia e le persone cominciano a muoversi nello spazio, dapprima timorose e ridanciane e poi sempre più comprese. Provo a convincerti a partecipare ma sei irremovibile e così rimaniamo seduti a guardare, un po' contenti di non essere in pista e un po' no.
Io mi rivedo salire sul tessuto rosso fuoco appeso all'albero, dopo mesi che nemmeno mi alleno. Mi cullo nella felicità di sapere che non ho avuto paura mai e che anzi, sentivo quella voglia di risalire e provare un'altra figura che non mi gustavo da secoli: le ultime volte i tessuto erano solo stanchezza, timore e cose che per questi motivi non riuscivano. Invece appesa a questa quercia sono stata proprio bene, ho provato figure a due e salite che non avrei mai neanche pensato di poter fare e ne sono scesa più tosta d'animo e di muscoli.
Tu chissà a che pensi. Tutta questa scena di nongiovani che ballano è un po' irreale, come un film, ma chissà come te la vivi tu. A me fa sorridere perché mi sembra un'opportunità di vita, una storia raccontata. Ma chissà tu che pensi.
Nero.
Il mio corsetto, la gonna di tulle, la striscia di trucco che mi attraversa il viso da occhio a occhio. L'umore.
L'ansia da pre-parata e pensieri variegati mi rendono crepitante al punto che mi chiudo in camera a fumare.
E la parata va benissimo, anzi. Scendo al tramonto in una Piazza Maggiore rosa e accaldata, ricolma di amore, beviamo una birra io e te e sarebbe bellissimo se tu non fossi così indisponente. Camminiamo fino alle bici e il ritorno a casa è una passeggiata onirica di stanchezza e spalle nude attraverso la mia città che di notte si fa gialla e stasera osserva passare una donna nera e sottile abbigliata come per un galà e truccata come per un rave.
Sarebbe tutto così dolce se tu non fossi così malmostoso per motivi che non mi è dato di sapere e banalmente realizzo che è ingiusto tutto questo.
Così, una volta sul mio letto, docciati e struccati, rivendico con dignità il mio essere felice che è legato a cose piccole e brevi come la sensazione tutta nuova delle stecche che mi hanno segnato il busto e del sole sulle spalle nude ed esposte agli occhi di tutti.
Tu ascolti, mi guardi, non rispondi. Mi stringi, sì, ma non mi dici nulla di quel che ti ho chiesto.
Mare.
Il mio, a pochi passi da casa. Spiaggia libera e il solito ombrellone blu che mi tiro dietro da secoli.
Sarebbe bello se il tuo sguardo non vagasse sulla famiglia tutta figliefemmine che abbiamo alle spalle, incurante del sole ti sposti a seconda di dove riesci a scrutare meglio, preferibilmente nascosto dalla borsa portaviveri. Ogni volta che mi giro a guardarti i tuoi occhi cambiano traiettoria, segno che entrambi sappiamo, e così preferisco tenere la faccia dall'altra parte lasciandoti libero non solo di guardare ma di fare quel che ti pare. Io cerco di rimanere concentrata solo su questo sole bruciante e sul rumore del vento nelle orecchie.
Casa.
Mi riempio di crema la pelle che come sempre ho strinato per la troppa voglia di farmi scaldare, il Sole è l'unico dal quale io mi faccia possedere interamente, anche quando è un amante violento che lascia il segno. Sono altrove e non rispondo ai tuoi abbracci, non sono reperibile. Più di una volta mi sale alle labbra qualche frasetta acida che tengo per me ben sapendo che non avrebbe effetto se non quello di umiliarmi ulteriormente. Le parole valgono meno di una decisione.
Ti resto a distanza finché tu, senza salutare, ti addormenti di colpo di fianco a me lasciandomi libera di rimirare indecisa il tuo bel naso e i sentimenti che mi si agitano in petto.

