Tuesday, November 20, 2012
"Insegnare alle persone a credere in loro stesse è la cosa di gran lunga più importante che si possa fare"
[J. Welch]
Interno, giorno 1
Nella piccola saletta dai muri arrotondati dipinti di bianco sono un po' insicura: poco spazio e piedi che ancora tremano per il lavoro da affrontare.
Mario passa alle mie spalle e mi carezza il piede destro facendomi emozionare e tremare ancor di più.
Io e te proviamo una presa a fianco degli altri e tutto sembra scorrere ma quando arriva il momento di avanzare fino al centro della sala e mostrarla a tutti qualcosa non va: mi imballo, non ricordo più da che parte devo essere sollevata e quindi che gamba alzare. Provo con te e viene una porcata, provo con l'assistente di Mario e viene ancora peggio, peso 1000 kg e sono un cadavere emozionato.
Comincio a capire che forse la bruttezza del nostro gesto non dipende tanto da te, come pensavo fin qui, ma da me e la rivelazione mi umilia e mi adira tutto d'un colpo.
Così, per reazione, rispondo dicendo che di te non mi fido e quando rincarano dicendomi che sei un bravo porteur ribatto che sei "da provare".
L'assistente, Antonio, viene poi ad apostrofarmi con faccia schifata perché faccio un saltino per salire in braccio che da vedere fa schifo e che quando vengo sollevata sgambetto troppo per mettermi in posizione.
Il tono non è gentile ma stronzo come gli occhi di chi me lo dice, io sospiro, prendo e porto a casa.
Tolgo i trampoli, delusa da me stessa e soffocata dalla mia stessa spocchia e dall'ingiustizia di ciò che ho detto, desidererei che tu ti lamentassi con me per potermi scusare ma tu ovviamente non lo fai e io mastico amaro.
Rosalba mi viene incontro con il suo passo deciso e mi dice che sono tremenda: sono una donna che vuole sempre comandare e che per questo non è facile sollevarmi.
Io penso solo che non mi è mai capitato nella vita di avere qualcuno che arrivasse, sollevasse tutto il mio peso per poi riappoggiarlo dolcemente a terra dopo avermi fatto girare delicata e convengo con Rosalba che sì, sono difficile da sollevare.
Maledico la memoria del corpo: sono tutto il peso di quel che mi è accaduto fin qui.
Rosalba aggiunge che ho un'energia maschile che però ben si adatta a quella femminile che invece possiedi tu, seduto accanto a me a togliere i trampoli e ascoltare.
Dice che sulla scena funziona e sottolinea due volte "sulla scena". Non nella vita.
Esterno, giorno 2
Nonostante le accortezze ci perdiamo nuovamente in zona Niguarda, ben lontani da dove dovremmo arrivare. Mi accorgo per la prima volta che tu sai suggerire soltanto strade sbagliate per poi mollarmi come una scema a cavarmela da sola tra guida e cartelli da leggere.
Mi forzo a fare come farei se fossi sola e in un qualche modo arriviamo al Parco: gli altri sono già su e Mario che dirige a terra non si volta nemmeno a salutarci.
Ci uniamo in fretta agli esercizi che eseguiamo dapprima barcollando e caracollando qua e là per poi scaldarci e riequilibrarci mentre Mario continua a non prestarci attenzione.
Ma poi tu diventi protagonista, ogni cosa che fai viene elogiata e mostrata ad esempio e così anche gli altri e l'unica che sembra essere trasparente sono proprio io nonostante le persone che passeggiano mi guardino ammirati e dicano guarda quella con la gonna! che bella, che leggerezza! come fa
Divento acciaio cattivo, mi chiudo sforzandomi però di rimanere concentrata a trovare gli equilibri su ogni appoggio, a dilatare i miei passi, a lasciar correre i trampoli, come dice Mario.
Faccio ondeggiare gentile la mia gonna nera, cerco di uscire dalle mie zone di sicurezza nonostante la paura fottuta, il freddo, il dispiacere.
Rischio di cadere e Mario decreta che la lezione è finita, tutti a casa.
Poi ci siamo io e te che camminiamo verso il centro, rivestiti almeno di abiti asciutti se non proprio profumati, e il freddo non mi ferisce più ma mi sembra qualcosa di cui godere mentre passeggiamo e ci raccontiamo com'è andata oggi in altura.
C'è uno spritz nel quartiere cinese e tu sembri rilassato, sembri avere tempo per questo cazzeggio così come una settimana fa hai avuto tutto il tempo del mondo per 3 spritz che però non hai bevuto con me.
Ma l'illusione dura poco, dici che dobbiamo rimetterci in marcia, la mia schiena duole e così la mia vita ma richiudo il cappottino che ormai non scalda più e mi rimetto in marcia, dietro la tua schiena larga.
Esterno, giorno 3
Ho la febbre.
La sento salire in macchina, sento un cerchio attorno agli occhi, sento le ossa fremere e il cuore che batte veloce. Te lo dico ma tu non mi senti o fai finta di.
Il freddo se possibile è ancora più intenso di quello di ieri, bevo un caffè per contrastarlo e insegno qualche sconcezza bolognese agli altri ma le gambe tremano e le mani pure.
Per un po' rimango presente ma la febbre sale così come il mio scontento e dunque esplodo a 90 centimetri da terra. Smetto di fare quel che Mario vorrebbe, mi castro da sola, mi tolgo dai giochi. Divento scorbutica e irascibile e me la prendo un po' con tutti quelli che non sanno fare e a causa dei quali devo fare il doppio di fatica con il doppio del rischio.
La faccio più pesante di quanto non sia anche se a posteriori mi accorgo che avevo pallini davanti agli occhi, il cuore a mille e le vertigini.
Scendo nella pausa e rimango sola, nel prato fradicio di umidità, mi volto a guardare altrove e sento lacrime scendermi pesanti sulle guance mentre gli altri uno ad uno cominciano un buffo e affettuoso pellegrinaggio verso di me offrendomi chi the caldo, chi semplice conforto.
Tutti tranne Mario che chiede a te perché ho avuto questa crisi.
Mentre mi dispiaccio sentendogli pronunciare la parola crisi, sento te rispondere solo che non stavo benissimo e ti manderei affanculo perché ho almeno 38 di febbre, 10 centimetri di legno in più sotto i piedi e 16 anni di delusioni che tu ancora devi viverti eppure sono qui, a provarci.
A lezione terminata Mario mi chiama dicendomi di andare da lui.
Dipingo tutta la mia scontentezza sulla faccia stanca e febbricitante, sono stata aria per 2 giorni e ora d'improvviso ritorno visibile.
Mario mi fa posizionare davanti a lui, con la schiena sul suo petto e così facendo mi accorgo quanto sia piccolo perché cingendomi con le braccia mi arriva appena sotto il seno, nel tentativo di ritrovare la giusta posizione per farmi fare una presa.
Tu sai fare la ruota, vero?
No, sono una di quelle bambine che non faceva la ruota io...
L'unica bambina!
Sì, l'unica bambina. Non facevo la ruota e avevo pensieri complicati che nessuno, nemmeno gli adulti, capivano. O forse non riuscivano ad accettare che venissero da un esserino appena arrivato qui.
Mentre Mario cerca di capire come afferrarmi mi tiene le mani che sono vecchie, così come vecchio è lui e io non riesco a non intenerirmi per noi che lottiamo per non perdere il nostro corpo e conservare l'ampiezza e la maestosità dei gesti nonostante il rattrappimento dei muscoli e la stanchezza che arriva prima.
Mario trova la presa e mi fa fare la ruota ma come sempre io sono solo comprimaria, sono la cosina da sollevare e maneggiare mentre tu sei la star, questo spunto lavorativo è ancora una volta per te e io devo solo posizionarmi, stare rilassata e farmi ribaltare.
Poi, lascia stare che una volta fuori dall'influenza di Mario tu tornerai privo di idee e di ritmo, qui tu sei il gioiello da mostrare e io quella che casualmente collabora con te.
Ma la Strada mi ha insegnato che perfino il tuo atletismo vale zero perché il tuo sguardo è vacuo mentre volteggi o salti e le persone lo sentono: tu corri veloce per non farti afferrare, non concedi la tua anima e così nessuno la concede a te.
Tu guardi sempre a terra perché non hai le palle di donarti, mai.
Interno, giorno 3
In macchina piango per la febbre e la delusione di non essere quel che avrei voluto.
Non ho una faccia domestica di nasino sottile e boccacuore e nemmeno il carattere per cui dentro di me si svolge una lotta ferocissima tra chi so di essere e il come mi vorrebbero gli altri.
Non smonterò parti di me, come ho fatto in passato, per venire incontro alle vostre limitate capacità mentali.
Guido e piango, guido e penso, guido e vorrei vaporizzarmi.

