Thursday, February 21, 2013

Move your butt and wander around!

[Vicenza]
Amir è in ritardo, la Stazione deserta.
Fumo appoggiata alla macchina, mentre lo aspetto, cominciando a calcolare la media oraria da tenere per arrivare in tempo. Ciononostante siamo in ritardo anche grazie al fatto che sbaglio il nome della via rendendo così inutili le indicazioni che chiediamo mano a mano, accostando a bordo strada.
La giornata si apre con un pallido sole che rende meno gravoso trampolare all'aperto di questa stagione, la rediviva tuba bianca e lo strettissimo corsetto a righe bianche e nere mi rendono visibile da lontano.
Passo la giornata a salutare divertita le persone che passano di là dalla strada e che spesso attraversano solo per vedermi da vicino.

[Biella]
Ti cerco con lo sguardo da lontano ora che io, in pausa, sono bassa e tu ancora altissimo.
Quando ti trovo entrambi fingiamo di non esserci visti. I miei passi decisi verso di te, che volteggi all'inizio di questa strada pedonale, vengono interrotti da un'anziana signora che una passante aiuta a scendere i gradini del negozio che stiamo inaugurando con la nostra alta presenza.
La Signora dovrebbe andare in banca ma le gambe non la reggono, la figlia non è mai presente per aiutarla, il nipote pur avendo studiato all'Università vuole fare il dj e ci riesce nonostante il veto e il disappunto del padre.
"Ma che bel ragazzo - dice lei indicandoti - è suo figlio?"
"No, è il mio collega", e vabbè la vecchiaia ma aggiustati gli occhiali, penso, colta laddove mi ha sempre fatto più male.
"Ah ma non mi dica che anche lei fa...queste cose qui!"
"Sì, solo che io indosso tulle e corsetti..."
"Ma che lavoro fa lei?"
"Questo: trampolo."
L'espressione della Signora è un capolavoro di preoccupazione nonnesca e incredulità divertita del tipo "ma guarda cosa si inventano questi giovini qui!". Parliamo per un buon quarto d'ora finché sono costretta a salutarla per andare a cambiarmi ché la mia pausa è finita e devo risalire. La signora si allontana di appena due passi e incredibilmente la gonna le scivola a terra. Rimango un attimo indecisa se aiutarla ma altre due donne sono già lì a rivestirla, sorreggendola nel frattempo.
In questa terra che non avevo mai raggiunto le persone sono gentili, il tempo mite, croccanti le banconote cash che Enzo ci da a fine giornata. Io pregusto già la mangiata nella città alta, seduti al ristorante dopo un aperitivo in cui ci rilassiamo e complimentiamo a vicenda, proprio come una volta non volevi fare mai.

[Alassio]
Enzo ci avvisa fin da subito, mentre in cerchio lo ascoltiamo sotto un albero di limoni gialli e a un sole che già scalda: "Probabilmente oggi siamo venuti per niente: la Giunta non concederà di fare la festa quindi tenetevi pronti a tornare a casa!"
Il Palazzetto è già allestito con i palloncini ma tutti pensano ad andare a mangiare, sembrano fregarsene dei 350 km percorsi forse inutilmente e dei 200 che dovremo fare domani. Quando se ne vanno rimango a guardia del liscio parquet che già mi intimorisce e cerco concentrazione stendendomi sulle gradinate. Al loro ritorno scopro che abbiamo l'approvazione e comincio a prepararmi, veloce come il vento, ma lo stesso mi sto ancora chiudendo il velcro sulle ginocchia quando i primi bimbi inarrestabili varcano felici le porte.
Una marea di spiderman, damine, pirati e scheletri invade il campo e la mia bravura dinamica dura un attimo fuggente: con loro entrano secchiate di coriandoli che rendono difficilissimo per chi sta a terra non cadere, figurarsi per me che sto su tacchi 90.
E così cominciano le 3 ore più lunghe della mia vita in cui, con un passo oculato eppur leggero, percorro avanti e indietro il campo senza poter perdere neppure per un attimo la concentrazione mentre bambini ebbri di gioia carnascialesca e zuccherosa cocacola sfrecciano a un centimetro dal mio equilibrio pericolante e a volte ci si infrangono contro solo per rimanere un attimo perplessi e riprendere subito dopo la loro folle corsa.
Quando finalmente cominciano a defluire scendo e non appena tolti i trampoli corro, corro come una pazza, mi butto a terra spanciando per scivolare, capriolo in mutandoni di lana e mi riprendo tutta l'azione che ho dovuto forzatamente contenere fin qui.
Non sono caduta, per oggi i coriandoli mi hanno risparmiata, sono pronta per il lungo ritorno.
In autostrada, all'autogrill, dopo aver sbirciato nel mio portafoglino minuscolo, rinuncio a comperarmi un altro panino per portarti una cioccolata lunga come un righello.

[Manerba del Garda]
Nebbia. Sole pallido e così l'umore, finché il Lago appare in tutta la sua magnificenza proprio mentre in macchina tutti e sette stiamo ridendo per una stronzata, nonostante le stanchezze e il lavoro ancora da fare.
Questo Palazzetto ha il pavimento di benedetta gomma su cui ho un grip insperato, stavolta l'incognita sono le mille file di sedie che ingombrano lo spazio e lo stringono senza motivo visto che già ci sono le gradinate per i pigri e svogliati culi genitoriali.
Nonostante abbia fatto tutto per tempo e sia anche in anticipo stavolta a fregarmi è l'impazienza infantile che tento di rifare mia pensando a quanto mi piacevano le feste di carnevale, a quanto sudavo divertita e a quanti pochi minuti bastavano perché trucco e costume fossero ridotti a stracci e strisce colorate sulle guance.
I bambini entrano a valanga ma stavolta, anche se tirano coriandoli vuotando i pacchetti, non scivolo e mi sento salda. La molestia sono piuttosto le stelle filanti spray con le quali si divertono a bersagliare me e il povero Daniel che lo stesso continua a far girare le sue clave fingendo che nulla accada.
Io no: dopo un'ora di questo trattamento esplodo con un bambino che mi schiuma il costume, lo fermo e gli confisco la bomboletta per poi sparargliela tutta in faccia con una soddisfazione che sostituisce quella di malmenarlo selvaggiamente come vorrei. Il caldo è atroce e di tanto in tanto esco a respirare sperando che il supplizio finisca presto anche se so che con Luca dovrò stare su fino all'ultimissimo secondo.
E così è.
Inutilmente alta e agghindata devo rimanere ad osservare mascherine che sfilano sul palco, divise per fasce d'età, sole o in gruppi organizzati, distribuendo prima stelle filanti e trombette e leccalecca poi. Fortunatamente ai bimbi d'oggi piacciono quelli di cocacola, che io schifo, lasciandomi la possibilità di mangiarmene un sacco di quelli rossi alla fragola tanto che dopo un po' ho la lingua colorata.
Quando scendo sono felice, la distanza verso casa stavolta è poca, ho davanti 3 giorni di riposo e ancora una volta i Coriandoli non mi hanno avuta!
C'è il tempo per uno spritz superfighetto con finto sushi, che non avevo mai mangiato, mentre riposo il culo stanco su una scomodissima sedia di design.

[Lugo]
Arrivare in anticipo, prima di quel rompicoglioni di Enzo, mi fa iniziare bene la giornata anche se appena scende dal furgone comincia come al solito a impartire ordini, inutili visto che tutti noi sappiamo meglio di lui cosa dobbiamo fare. Amir è velocissimo con i palloncini e così per una volta riesco a salire puntuale e a farmi trovare prontissima al momento dell'apertura. Una delle cape, temutissime da tutti, mi guarda con aria commossa e mi dice "ommioddio, sei bellissima..."
Il freddo aumenta con il passare delle ore e mi aspetto la stessa neve che è caduta da me, a pochi km di distanza. Lo stesso conservo un bel sorriso e le mie guance sono rosse e vive del freddo che le rianima.
Tu entri ed esci, cazzeggi come gli altri così io, per non incazzarmi e sentirmi troppo sola, rivolgo tutta la mia attenzione alla strada che fiancheggia il negozio, salutando con la mano e ricevendo in cambio moltissimi clacson di camionisti increduli nel vedermi così bianca e alta.
A fine giornata sono stanca ma non inciampo, sogno solo di salire in macchina e tornare verso, con il cuore pieno della soddisfazione di aver fatto tutto quel che dovevo senza cadere, senza rompermi nulla.
Enzo mette una compilation anni 70 e senza averlo previsto ritrovo anche la gioia vera e ballo come non facevo da secoli quassù se non rompendomi le palle su irrealizzabili coreografie a tempo. Le persone ricominciano a fermarsi, alcuni si complimentano apertamente, altri stanno ad osservarmi in disparte come se assistessero a uno spettacolo.
Io, a differenza di quel che ho fatto durante tutto il giorno, faccio come se avessi già finito di lavorare: non concedo sorrisi o sguardi complici, non saluto nè con la mano nè con la voce, semplicemente me la godo.
Nonostante quel che mi intima Enzo ("appena scendi corri ad aiutare a caricare il furgone!") me ne fotto e mi prendo il tempo di riabituare i piedi nudi al contatto con la terra, mi vesto e mi strucco con calma, girovago un po' raccogliendo gli strati dei miei vestiti che piego poi coscienziosamente per perdere minuti in cui qualcun altro caricherà al posto mio.
Cristina mi tiene da parte cannoli, bignè e salatini e l'unica cosa che carico è la valigia di Amir che deve schizzare in Stazione sperando di prendere il primo treno che lo riporterà a casa.
"Amir...non ce la faremo mai a tornare in tempo per il tuo treno..." dico io con un occhio all'orologio e un altro al traffico ma lui, con il suo accento persiano ribatte "Non essere così negativa, vedrai, vedrai..."
La macchina si scalda presto e nel buio dell'autostrada parliamo di rifugiati politici, giocoleria e inaugurazioni future al Sud. Nonostante la mia premessa arriviamo con almeno 4 utilissimi minuti di anticipo, uno dei quali impegniamo per scaricare la sua valigia da Mago e salutarci con baci lanciati nell'aria per fare prima.
Ciao, ciao!
Dopo venti minuti appena siamo a casa, stanchi e felici, a rimpinzarci di pasticcini da buffet.

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