Friday, March 15, 2013
"Finisce solo quello che non era"
[S.Stremiz]
La mia migliore foto di Lissone è quella che mi ritrae a fumare riparata nell'angolo di un palazzo del parcheggio condominiale dietro al negozio che stiamo inaugurando. Il tulle bianco mi schiaffeggia pungente e si attacca al muro mentre io cerco di fumarmi questa sigaretta da pausa finalmente godendomela.
Quando la sveglia è suonata, questa notte alle 3.30, ero già stanca e il pensiero che sarei potuta tornare alla mia Tana solo verso le 22 mi aveva fiaccato le gambe.
Del resto che dire? Ho battuto forte la testa contro una pensilina di uscita e mi porto un bel segno rosso in cima al bernoccolo che è spuntato quasi subito dopo, per fortuna che la tesa della tuba bianca l'ha nascosto. Ho esaurito le scorte di salatini e cannolini del catering non mangiandomeli ma offrendoli a piene mani a chiunque entrasse, anche insistendo un poco, durante il mio turno al tavolo, mentre la truccabimbi faceva tranquilla la spesa come ancora fosse in pausa. Troppo stanca per convertire come sempre il lavoro in passione, ho fatto tutto con mestiere compreso infilarmi il solito corsetto, che appena qualche tempo fa era un nuovo costume da sfoggiare, e ieri era niente più che un'uniforme da lavoro.
Nella nuova palestra la temperatura è da piscina e i tessuti altissimi, appesi a 9 metri dal suolo di morbido linoleum blu. Il tessuto biancoperla vicino al muro è di tenera lycra e quando lo provo devo spingere moltissimo con le gambe prima di trovare la presa giusta per cominciare a salire; quello indaco è un poco più duro e dunque diventa il mio amico preferito.
A differenza dell'altra palestra le persone non sono tutte atletiche e muscolose ma gente normale che ha scelto i tessuti invece che andare in palestra a fare pesi e tutti quanti ci affatichiamo durante il riscaldamento che non è più yoga ma pilates e dunque ritmico e atletico invece che lento, sofferente e meditatorio. Sembra un dopolavoro circense piuttosto che l'aula di danza di Saranno Famosi.
La maestra lascia che mentre corriamo si facciano chiacchiere, che ci fermiamo se siamo stanchi o fa troppo male, che ognuno faccia in base alle sue possibilità fisiche e di volontà. Io per tutta la prima lezione sono come un cane che è stato per lungo tempo picchiato e che si acquatta a orecchie basse non appena il nuovo affettuoso padrone fa un gesto inavvertitamente brusco: aspetto di essere sgridata perché parlo o rido o mi trovo bene lì dove sono.
Nel giro di tre lezioni imparo più cose di quante non ne abbia potute imparare in quasi due anni. La maestra mi mostra senza remore ma ancora mi devo abituare a mantenere la concentrazione quando rimane vicina al tessuto su cui salgo per guidarmi passo passo ad una nuova figura: non sono abituata a tanta attenzione e dunque mi imbarazzo e mi impappino.
Provo una figura di nodo di piede che scopro molto più impegnativa di quanto non sembrasse vista da giù: i tessuti vanno tesi con una forza che non ho ancora ripreso eppure, quando mi ritrovo tutta annodata e sospesa, forse per la prima volta mi rilasso nel cercare grazia nonostante il male che sento in corrispondenza di ogni nodo o avviluppamento.
A ogni lezione cerco di andare due bracciate più su della volta prima per raggiungere prima o poi i fatidici nove metri che costringono chi rimane a terra a guardarti letteralmente a naso in su. Per ora tengo come riferimento visivo i finestroni che corrono sulle pareti laterali e cerco sempre di lavorare a quell'altezza, scoprendo con serenità che le braccia mi lasciano salire senza quasi fatica anche a fine allenamento quando invece dovrei essere da buttare via.
Salgo, vado in chiave di ventre e dopo un anno e più riprovo la Greca, una delle poche cose complesse imparate, ovvero una cadutina all'indietro che mi ha sempre deliziato. La maestra, che comprensiva ancora non corregge le punte dei miei piedi non tirate e le smorfie clownesche di quando sono sotto sforzo, mi guida a un'altra caduta che ho visto fare molte volte alle mie compagne dell'altro corso: dalla posizione fetale della chiave di ventre, con il tessuto che passando nell'inguine avvolge la vita, infilo la gamba sinistra nel tessuto girandomi fino a portarlo dietro le spalle e farlo passare proprio in mezzo alle chiappe, come se fosse una coda che rimane a penzolare nel vuoto. Guardo giù e il mio obiettivo è cadere in avanti per afferrare proprio questa coda, capriolando su me stessa. Non ho la minima paura ed è frizzante lasciarsi andare, girare, e sentire la presa salda. Le nuove compagne accennano un tenero applauso che mi stranisce e inorgoglisce allo stesso tempo, qui sono una di quelle che già sale e può usare i due tessuti biancoperla e indaco, mentre loro sono sui tessuti bordeau di cotone duro che aiuta a salire quando si inizia.
Sono timidamente meravigliata e contenta, se da una parte il mio implacabile perfezionismo commenta maligno che quando torno a casa non sono così stanca e indolenzita com'ero con l'altra maestra, la mia nuova età mi suggerisce con voce appagata che ho già imparato cose nuove e mi stanno tornando i muscoli nelle braccia, piano piano.
Tutto è dolce e progressivo, lento e costante.
[S.Stremiz]
La mia migliore foto di Lissone è quella che mi ritrae a fumare riparata nell'angolo di un palazzo del parcheggio condominiale dietro al negozio che stiamo inaugurando. Il tulle bianco mi schiaffeggia pungente e si attacca al muro mentre io cerco di fumarmi questa sigaretta da pausa finalmente godendomela.
Quando la sveglia è suonata, questa notte alle 3.30, ero già stanca e il pensiero che sarei potuta tornare alla mia Tana solo verso le 22 mi aveva fiaccato le gambe.
Del resto che dire? Ho battuto forte la testa contro una pensilina di uscita e mi porto un bel segno rosso in cima al bernoccolo che è spuntato quasi subito dopo, per fortuna che la tesa della tuba bianca l'ha nascosto. Ho esaurito le scorte di salatini e cannolini del catering non mangiandomeli ma offrendoli a piene mani a chiunque entrasse, anche insistendo un poco, durante il mio turno al tavolo, mentre la truccabimbi faceva tranquilla la spesa come ancora fosse in pausa. Troppo stanca per convertire come sempre il lavoro in passione, ho fatto tutto con mestiere compreso infilarmi il solito corsetto, che appena qualche tempo fa era un nuovo costume da sfoggiare, e ieri era niente più che un'uniforme da lavoro.
Nella nuova palestra la temperatura è da piscina e i tessuti altissimi, appesi a 9 metri dal suolo di morbido linoleum blu. Il tessuto biancoperla vicino al muro è di tenera lycra e quando lo provo devo spingere moltissimo con le gambe prima di trovare la presa giusta per cominciare a salire; quello indaco è un poco più duro e dunque diventa il mio amico preferito.
A differenza dell'altra palestra le persone non sono tutte atletiche e muscolose ma gente normale che ha scelto i tessuti invece che andare in palestra a fare pesi e tutti quanti ci affatichiamo durante il riscaldamento che non è più yoga ma pilates e dunque ritmico e atletico invece che lento, sofferente e meditatorio. Sembra un dopolavoro circense piuttosto che l'aula di danza di Saranno Famosi.
La maestra lascia che mentre corriamo si facciano chiacchiere, che ci fermiamo se siamo stanchi o fa troppo male, che ognuno faccia in base alle sue possibilità fisiche e di volontà. Io per tutta la prima lezione sono come un cane che è stato per lungo tempo picchiato e che si acquatta a orecchie basse non appena il nuovo affettuoso padrone fa un gesto inavvertitamente brusco: aspetto di essere sgridata perché parlo o rido o mi trovo bene lì dove sono.
Nel giro di tre lezioni imparo più cose di quante non ne abbia potute imparare in quasi due anni. La maestra mi mostra senza remore ma ancora mi devo abituare a mantenere la concentrazione quando rimane vicina al tessuto su cui salgo per guidarmi passo passo ad una nuova figura: non sono abituata a tanta attenzione e dunque mi imbarazzo e mi impappino.
Provo una figura di nodo di piede che scopro molto più impegnativa di quanto non sembrasse vista da giù: i tessuti vanno tesi con una forza che non ho ancora ripreso eppure, quando mi ritrovo tutta annodata e sospesa, forse per la prima volta mi rilasso nel cercare grazia nonostante il male che sento in corrispondenza di ogni nodo o avviluppamento.
A ogni lezione cerco di andare due bracciate più su della volta prima per raggiungere prima o poi i fatidici nove metri che costringono chi rimane a terra a guardarti letteralmente a naso in su. Per ora tengo come riferimento visivo i finestroni che corrono sulle pareti laterali e cerco sempre di lavorare a quell'altezza, scoprendo con serenità che le braccia mi lasciano salire senza quasi fatica anche a fine allenamento quando invece dovrei essere da buttare via.
Salgo, vado in chiave di ventre e dopo un anno e più riprovo la Greca, una delle poche cose complesse imparate, ovvero una cadutina all'indietro che mi ha sempre deliziato. La maestra, che comprensiva ancora non corregge le punte dei miei piedi non tirate e le smorfie clownesche di quando sono sotto sforzo, mi guida a un'altra caduta che ho visto fare molte volte alle mie compagne dell'altro corso: dalla posizione fetale della chiave di ventre, con il tessuto che passando nell'inguine avvolge la vita, infilo la gamba sinistra nel tessuto girandomi fino a portarlo dietro le spalle e farlo passare proprio in mezzo alle chiappe, come se fosse una coda che rimane a penzolare nel vuoto. Guardo giù e il mio obiettivo è cadere in avanti per afferrare proprio questa coda, capriolando su me stessa. Non ho la minima paura ed è frizzante lasciarsi andare, girare, e sentire la presa salda. Le nuove compagne accennano un tenero applauso che mi stranisce e inorgoglisce allo stesso tempo, qui sono una di quelle che già sale e può usare i due tessuti biancoperla e indaco, mentre loro sono sui tessuti bordeau di cotone duro che aiuta a salire quando si inizia.
Sono timidamente meravigliata e contenta, se da una parte il mio implacabile perfezionismo commenta maligno che quando torno a casa non sono così stanca e indolenzita com'ero con l'altra maestra, la mia nuova età mi suggerisce con voce appagata che ho già imparato cose nuove e mi stanno tornando i muscoli nelle braccia, piano piano.
Tutto è dolce e progressivo, lento e costante.

