Tuesday, August 20, 2013

"Everything will be okay in the end. If it's not okay, it's not the end."
[John Lennon]

Sempre più spesso mi ritrovo a pensare che sto vivendo giorni irreali e che, anzi, forse non sono nemmeno qui.
Pensavo fosse una conseguenza del caldo e così sono partita ma ho vissuto la stessa assurdità dei minuti mentre fumavo una sigaretta seduta in terra con la schiena appoggiata allo sportello di una macchina dietro la quale mi ero riparata per trovare sollievo da un sole assassino.
E' come pensare e ripensare al concetto di Infinito: non so voi ma io dopo un po' ci vado in loop, quando mi sembra di riuscire vagamente a concepirlo vado in tilt per sovraccarico dei circuiti e vivo, appunto, questa sensazione di irrealtà.
E' come vedere la trama di un tessuto e chiedersi: e quindi?
E' come sentirsi improvvisamente spettatore 3D con effetti speciali olfattivi e sonori di una soap che scorre in sottofondo 24/7.

Per il resto?
Tutto bene: sono partita in furgoncino con una pacifica dentista freakkettona con la passione per la fitoterapia che però durante il viaggio ha pensato bene di trasformarsi in una petulante bambina viziata e per di più padrona del mezzo con cui ero in giro. Il risultato sono stati giorni esilaranti in cui ho spesso pensato che ero una controfigura di me rimasta a casa a sognare improbabili paesaggi lunati o città fantasma nel bel mezzo della Lucania. Ho dormito dietro al muro di un parco di mostri di pietra che evidentemente durante la notte sono venuti in visita, sia da me che dalla mia compagnia di viaggio, facendoci sognare del nostro futuro sospeso e incerto. Mi sono svegliata
Mi sono fermata due giorni in una pineta selvaggia in cui dal calar del sole rosa ho fatto fuoco. Tutte le notti, prima di addormentarmi sbirciando fuori dal finestrino rettangolare di fianco al mio letto di sedili abbassati ho annusato l'incenso di Baba, un monaco indù che una notte ho aiutato a uscire dalla sabbia con il suo furgone, scavando a mani nude. Ho indossato quasi solo nero, ho mangiato poco come qui, ho visto troppo poco mare per quanto invece ne avrei avuto bisogno. E così un bel giorno durante la risalita, parcheggiate in un assurdo stradello di campeggio in mezzo al nulla con 45°, sono finalmente sbottata. Il mare non è mare dovunque. Il mare è la luce del Sud, il rosa commovente dei tramonti o l'arancione screziato di nero. E' il bianco abbacinante, il calore delle persone e il cibo, tanto ed economico, la voglia di far festa, i fuochi, i santi sulle barche. Il mare sono gli angoli di paradiso lì dove non avevi guardato bene, conche improvvise, spianate di sabbia, pantoni di blu e verde, non certo questa sfilza di ombrelloni, questi eserciti di macchine che vomitano famiglie.
L'Irrealtà mi ha raggiunto qualche ora più tardi nel parcheggio della stazione di Vasto, dopo aver discusso con toni non proprio amichevoli di itinerari decisi da altri o cambiati o disattesi nonostante patti chiari. Nel tilt sorridevo con la pelle d'oca, come quando capisco Grandi Verità, e d'improvviso mi sono voluta molto bene e ho capito che stavo facendo la cosa giusta a cercare un treno che mi riportasse a casa una settimana prima, per avere altri giorni di mare con il sole come dio assoluto e amoroso.

Ho molto spazio qui, di nuovo.
Me ne sono riappropriata vagando di stanza in stanza e disordinando tutto quanto, vivendolo, dormendoci e mangiandoci. Mi sono riappropriata delle notti scivolando sì dolcemente nel sonno ma a tarda ora, come solevo fare un tempo.
Inaspettatamente: ho ricevuto sguardi, ne ho donati e ne ho condivisi. Ho riconosciuto i miei occhineri finalmente vivi nello specchietto del furgoncino, guidando una notte attraverso la Campania. Mi hanno definito un'acciuga, una modella, magra stelata.
Io so solo che finalmente ricomincio a sentire il mio corpo che calza e la sensazione non è male in giorni in cui regna l'Irrealtà.
Come mi curo?
Giocolo, giocolo, giocolo.

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