Tuesday, October 15, 2013

Tutto mi interessa e nulla mi prende. Seguo tutto sognando sempre.
[F.Pessoa]

Vorrei soltanto mettermi a piangere disperatamente.
Tutto va bene e vorrei soltanto mettermi a piangere e fare le gnole, come i bimbi.
Lavoro più di prima, guadagno meglio, torno a casa alle 5 ancora truccata e vestita da trampoli.
Ma nello stomaco ho quel nodo peloso e nero che mi chiude la gola e m'impedisce di respirare tanto a fondo quanta dovrebbe essere la mia gioia rinascente.
Ho tutto, prima di addormentarmi: stanchezza da sforzo fisico, ubriachezza fonda ma non molesta, soddisfazione per i complimenti ricevuti, un origami.
Poi però, poco dopo, di nuovo il nodo nero.

Scrivi e riscrivi per avere finalmente indietro quel che 4 mesi fa lasciasti qui in deposito cazzone.
Finita la luna di miele all'estero ripiombi in una Bologna grigia e piovosa come nei peggiori autunni, a ridosso con un temuto quarto di secolo da compiere, e ovviamente torni a bussare qua.
Dapprima come niente fosse, amichevole.
Poi, non avendo ottenuto risposta, con piglio funzionale e gioviale mi hai mandato una lista delle tue cose rimaste qui. Molte certe, alcune plausibili, altre fuori discussione.
Ho riempito un sacco nero di quelli grandi, da giardino, e ci ho fatto stare tutto, tutto quel che chiedevi, massì, chissenefrega, prendi la bucatrice, eccoti anche le punte 8 e 10 del trapano, niente velcro però, quello non te lo concedo. E così via infilando oggetti che sancivano un divorzio di trampolisti tutto viti, tavolette, aste, velcro per le ginocchia e attrezzi da lavoro. Materiale e sudore condiviso fin qui.
Scelgo come giorno per farti trovare la roba proprio il sabato che vado a fare un'animazione senza di te e con 3 corsiste, dal laboratorio dal quale tu invece hai recuperato una fidanzatina: ognuno fa gli affari come meglio crede.
Mi hai lasciato una pistola di colla a caldo, inaspettatamente, ma come preventivato non hai restituito le bretelle viola che avevo comperato ad Amsterdam, quando ancora tu eri il Cinno e io CuloPeso.
E forse va bene così.

[Ah mi dispiace, se sapessi.
Proprio mi dispiace.
Mi rimangerei tutto quel che ho detto su di te, anche se era vero.
Semplicemente erano i classici panni sporchi da lavare nella nostra intimità e non in pubblico come sto forsennatamente facendo io.

Però: mi esplode, esonda, erompe ed erutta. 
Io vomito, non mi trattengo, ogni scusa, accenno, vago richiamo è l'occasione giusta per dare la stura a questo tsunami di acidità che ho nei tuoi confronti.
Il giorno dopo ho provato a consolarmi dicendomi che ho tutte le ragioni ma sapere che così mi sono solo condannata ad una convalescenza più lunga non mi solleva il morale: ho capito bene finalmente. Così non faccio altro che continuare a ferirmi.]

Al secondo allenamento sono in due, una delle quali scoppia a piangere mentre stiamo andando, appunto, all'allenamento.
Le viene una crisi di panico e a me di nuovo quella sensazione fortissima di conosciuto, familiare, vissuto, agito: questa bambina di 22 anni ha meccanismi così simili ai miei che spesso standoci insieme riesco a vedere da fuori certe mie dinamiche, certi miei comportamenti e sentire.
E stasera lei cede e piange tutta la sua stanchezza, tutto il peso del mondo che le fa dire ho paura! ho paura! e le toglie il fiato.
E' esausta ma non può fermarsi, come me, come quando si sta sui trampoli.
Io la abbraccio, la incito a piangere, le carezzo i capelli, la stringo forte e penso che il suo dolore ha bloccato il mio, fortunatamente, e che sto mio malgrado approfittando delle sue lacrime per non dare il via alle mie.

Sono dispiaciuta, fast forward please.
Fatemi svegliare tra un po' quando questa bruma velenosa si sarà un po' dissolta.
Fast forward.

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