Wednesday, November 20, 2013

[Troppo pensare è sintomo di poco trampolare]

Scena#1
Incrocio, fila di macchine, cielo grigio, stop rossi. Qualche settimana fa.
Mia madre, quasi addossata al finestrino, sta con le braccia incrociate sul petto mentre le racconto cosa mi angustia. Io parlo e le tocco una gamba ma ad ogni contatto è come sentire una piccola scarica di negatività.
Nella mia mente è chiaro il messaggio: non posso accoglierti.
La delusione, intrisa della rabbia cocente che viene subito dopo, mi sale alle guance arrossandole e lì si ferma, senza raggiungere le labbra.

Scena#2
Incrocio, lo stesso, poco più avanti, notte di luci gialle, nessuno dietro di me. Tre anni fa.
Lui, seduto affianco, che con aria ambigua ma arrogante mi sta minacciando di rivelare tutto.
Tutto cosa? penso io infilando la prima, stupita e incredula di fronte a un bambino che si rivela di colpo strategico e calcolatore tanto quanto io non sono e nemmeno immaginavo si potesse essere.
Il messaggio è chiaro ma non voglio annotarlo, è troppo forte e devastante: non mi piaci.
La rabbia, che copre l'onda di delusione, irrompe nell'abitacolo dell'auto facendomi venire il fiatone per l'affronto subito e lasciando invece impassibile chi ne è causa.

Scena#3
Faccio del divanonero il mio quartier generale e da lì conduco le operazioni di bonifica del terreno minato che è diventato il mio cervello: sto tentando di far passare il mio ingombrante bagaglio cronologico dalla mia minuscola cruna sentimentale e come sempre si rivela faccenda complicata e dolorosa.
Fortunatamente avviene senza che io possa farci molto. Cambio e non vorrei, mi trasformo nell'attimo stesso in cui colgo che forma avevo prima, sublimo tornando gassosa proprio quando mi ero appena solidificata.
Ho il sacro storto, le scarpe dei trampoli ancora da rodare, devo rinunciare per sempre al Male ovvero al latte vaccino. Devo intostire gli addominali così come la  forza di volontà.
Mi inerpico su per la salita a testa bassa visualizzando i declivi a seguire.

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