Tuesday, December 03, 2013

Davanti a me si aprivano soltanto due alternative: o diventavo un assassino di sogni come gli altri, oppure mi rinchiudevo nella mia mente trasformandola in una fortezza. Optai per la seconda scelta.
[A.Jodorowsky]

Tolgo dal muro di fronte ai miei occhi la foto in bianco e nero che tutto svela.
La mia espressione dolce, il sorriso, la postura, nulla nega quel che fu e anzi lo grida a chiare lettere.
Così sono costretta a nasconderla sotto fogli anonimi e innocui, la riappenderò se e quando.
Ricordo.
Ricordo una giornata in Certosa, bianca, afosa e vuota.
Ricordo che quel giorno, a un funerale vero, trovai il posto necessario per tumulare il mio cadavere sentimentale in giorni di volontario digiuno di cibo e passioni.
La Certosa era bianca, io ero esausta, i parenti del morto addolorati, chi più chi meno.
Le mie ballerine nere risuonavano composte nei lunghi atri deserti così come la musica suonava altissima nelle mie orecchie.
Ricordo tutto e come per la mia casa non butto via niente ma, di tanto in tanto, sposto i pensieri o li trovo da un'altra parte rispetto a dove li avevo lasciati.
Scopro una tenerezza infinita che tu sicuramente non meriti ma che merito io per la generosità suicida con la quale ti ho accolto e trattenuto nelle mie stanze.
Scopro che molto del rancore è evaporato e sono rimasti gli eventi, piatti come i fogli del calendario che li ha ospitati. Rimangono appunto le foto in cui non siamo più noi ma altri che una volta conoscevo e che ora faccio fatica a ricordare.
Ricordo imbambolata un'intera settimana di follia notturna con cibo e giochi nel buio, tutù e tuba nera.
Forse l'unica in cui mi hai voluto, o forse nemmeno ma a chi importa più? La foto è comunque bella così com'è molto bella quella donna ossuta e carica di una passione inspiegabile ma necessaria a respirare in quel momento.
Le scaglie rosse della partòt, quelle bianche del pride, la tua tuba nera e la mia bianca, lo yin e lo yang, i miei corsetti divenuti un asettico costume di scena, la mia femminilità divenuta un inutile e ridicolo accessorio della Madre che volevi, la tua barba dapprima di ispidi pelucchi divenuta poi folta e mascolina.
Quanta tenerezza anche nel dolore, quanto amore improvviso per quella che ero e che solo adesso vedo chiara.
Oh quanta.
Ricordo, come mai mi sono potuta esimere dal fare, stesa sull'amato divanonero.
Rifuggo compagnia e attenzioni, i ricordi sono un mulinello di acqua che mano a mano svanisce nello scarico, un vortice di immagini che mi tiene avvinta con una mestizia che addolcisce la scomparsa.

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