Saturday, December 28, 2013

[If you could do anything, what would you do?]

Viaggiare, ah sì.
Perfino questo asfalto conosciuto e i costosissimi autogrill mi rendono felice.
Ho passato la sera a piangere e attaccare palline di natale colorate all'orlo della mia gonna rossa e un festone di similabete alla mia tuba bianca. Ho portato giacche di ricambio, maglie di lana supplementari e l'olio di canfora da mettermi sul polpaccio, come se fossi un giocatore di calcio degli anni '70.

Sono un fiume in piena, bevo per dimenticare ma poi il giorno dopo ricordo tutto e anche di più.
Ne ho per chiunque, mordo e graffio e soffio come una gatta idrofoba. Leggo oroscopi ai quali credo ciecamente come neanche le vecchiette di padrepio ed esagero con la cioccolata come sostitutivo di una vita emotiva appagante. La fine dell'anno si avvicina e la mia impazienza cresce, ho fatto la lista di quel che voglio portare con me e pregherò fino all'ultimo perché quel che ho scartato rimanga dov'è e non si infili di soppiatto nelle mie tasche quando avverrà il salto spaziotemporale. Mi sento sull'orlo di una Età dell'Oro pur non avendo la minima idea di dove andare a parare: il mio cervello continua a tendermi trappole che mi distraggono dalle cose veramente importanti per pensare a cose che non mi riguardano più e questo ritarda la consegna del mio PianoB. Passare nel nuovo anno per me è un po' come entrare in una casa completamente nuova e pulita, quasi asettica, e ricominciare tutto da capo. Di nuovo.


C'è il sole, c'è il mare.
Mentre mi vesto di corsa, nella macchina della truccabimbi, non riesco a smettere di fare il riassunto di questo anno, seccamente diviso a metà da una decisione. Scioccamente ero convinta che una volta presa la decisione tutto sarebbe andato bene e io sarei stata molto felice, come da anni non mi capitava. Nei periodi più buii mi tenevo su confrontando la mia vita attuale con quella dello stesso giorno ma di uno o due anni fa e la cosa ha sempre funzionato finché non ho cominciato a risvegliarmi. Il che sarebbe una buona cosa se non mi desse un'irrequietezza ingestibile che non so come pacificare: è tutto troppo immobile o lento per i miei gusti giacché sono abituata che a Grande Quiete segue sempre Grande Movimento.
Questa volta sono lenta, rifletto annusando l'olio di canfora e chiedendomi quando mi tornerà a posto del tutto il legamento che ho stirato. Tutto è stranamente struggente ma tenero, mentre piango sorrido e non ne capisco più il perché visto che ho patito tanto che ancora non mi sono ristorata del tutto.

I musici ne hanno voglia come me: zero.
Discutiamo un po' sull'ora di inizio e fine dell'animazione mentre io mi infilo i trampoli seduta su un muretto e loro si intabarrano dentro due pastrani neri molto natalizi.
Quando salgo comincio piano, senza tirare, per scaldare gradualmente i muscoli anche se sono già su. Le palline attaccate al fondo della gonna sbattono a ritmo con i miei passi non troppo larghi che percorrono carrugi prima deserti ma che ora cominciano a ripopolarsi.
Non devo fingere l'aria svagata di una creatura soprannaturale camminando, sono davvero altrove ma mio malgrado perché vorrei rimanere qui, connessa, ma c'è un turbine di immagini sbiadite e sentimenti scaduti che ronza e ronza, mi tiene sveglia la notte e mi rende un automa immobile sul divanonero.
Penso e penso, viaggiare diventa Amsterdam e un cappotto nero, senza possibilità di cambiare canale.
Spesso piango solo perché ho timore che questa volta la mia Resurrezione non avverrà, forse sono morta una volta di troppo e non ho accumulato abbastanza energie per rinascere.
Il pensiero che la Grande Quiete diventi il mio status da qui in poi semplicemente mi uccide.

Punto e a capo.
Non mi sono spostata gran che a sentire i miei genitori, preoccupati come se fossi afflitta da un male incurabile poiché non desidero rientrare nei Ranghi. Mio padre propone ancora lavori che non avrei accettato dieci anni fa, figuriamoci ora, e ogni volta che lo fa devo rimanere salda su me stessa e convertire in altro il sentimento di rifiuto che mi viene buttato addosso con una comprensione delle paure altrui che non mi appartiene: ho le mie, di paure, e non solo mi bastano ma mi avanzano pure.
Spiego a mio padre che ora non posso permettermi di vacillare, sto mettendo nuove fondamenta e l'operazione richiede estrema sicurezza, anche recitata va bene, e dunque i suoi dubbi sono inutili appesantimenti di un percorso già di per sè ostico.
Ma non è solo il lavoro. E' anche il compagno che non ho o i nipotini che non ho dato.
Non offro certezze di alcun tipo ad un'età in cui mi preferirebbero staticamente realizzata secondo tutti i crismi di Nostra Signora Società e su questo non posso proprio aggiungere nulla, io per prima non so cosa desidero e anzi, mi chiedo un po' stranita quando tutte queste cose hanno assunto l'importanza che sembrano avere in questo momento.
Ho vissuto la mia vita facendo quel che desideravo ma ora tutti quanti sembrano chiedermene conto, come fossimo arrivati a una deadline, un punto prefissato per constatare lo stato dell'arte e per me è come andare ad un esame inaspettato: sono completamente impreparata.

L'animazione passa veloce tra mille vasche su e giù per i carrugi, qualche spritz offerto e una sigaretta di straforo seduta sul muretto in una piazzetta nascosta. Non sono stanca eppure voglio scendere, non sono divertita, non sono emozionata, ho usato questo lunedì previgilia per i miei esperimenti di tenuta del polpaccio. Nonostante la stagione sia diversa nell'aria c'è un odore che conosco, viene da aprile scorso e mi parla di una me molto diversa e molto, molto sofferente, sull'orlo della decisione succitata.
Il volume del dolore è diminuito ma io forse mi aspettavo che cessasse del tutto e ora guardo preoccupata come va avanti: rinasco o mi tocca rimanere così, con questo rumore di fondo fastidioso che disturba tutti gli input esterni e appesantisce i miei trampoli?
Oggi qui c'è il sole eppure io sento gravarmi sulla testa la pioggia di aprile.

Se potessi fare qualsiasi cosa, che faresti?
Non aver saputo rispondere a questa domanda mi terrorizza, è segno che i miei sogni sono ancora addormentati e la fiducia in me stessa ancora troppo bassa. Non ho progetti e se fin qui mi è sempre piaciuto, ora subisco pur senza volerlo l'ansia e i consigli di chi mi sta vicino: mi stanno chiedendo, esortando, supplicando di trovare stabilità.

Come si fa a chiedere stabilità a qualcuno che ha scelto di giocarsela su due gommini di 6 cm di diametro?
E come quando sono lassù e mi vedo osservata con occhi spaventati per il rischio che corro, mi viene da ridere leggera perché alla fine della fiera questa è la cosa meno pericolosa che io abbia fatto in vita mia.

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