Wednesday, January 08, 2014
[7:25am BLQ-AMS]
Ops: mi sono svegliata a Gennaio.
Il polpaccio non è guarito, quando scendo dai trampoli ma anche solo quando cammino nel freddo tira, come fosse sempre sgradevolmente sotto sforzo.
Il lavoro è quello di prima, con l'ulteriore incognita del succitato polpaccio, non so se ora come ora riuscirei a farmi giornate intere di inaugurazione senza poi risentirne.
I danari sono un po' cresciuti grazie alle due animazioni fortunosamente acciuffate a fine anno.
L'amore?
Ho smesso.
Sarà.
Sarà pure che non dimostro la mia età, però cresce a dismisura questo senso di fuoriposto che provo passando serate con questi cinni che prima invece andavano benissimo, anzi: ero piena di risentimento con i miei coetanei, tutti colpevoli di essere noiosi, fermi e impolverati.
Adesso mi guardo intorno mentre bevo e non è una questione di età, mi sarei rotta i coglioni anche anni fa in questi baretti-localini-bistrot che il "loro" spritz lo fanno con il vermouth e l'angostura e così te lo pigli, alla modica cifra di 4 euro mentre il Cinese vicino al Mercato te lo fa con 1 e mezzo.
E' in posti come il Cinese che sono a mio agio, bar vecchi, poco luminosi, con un sacco di bottiglie sullo sfondo, alcune delle quali non ben identificabili, e mille gingilli sparsi intorno, sulla cassa o dietro bancone.
Qui perfino la luce è fighetta, i tavoli e le sedute sono tutti elegantemente diversi uno dall'altro, in un potpourri d'arredamento che mi indispone per quanto è paraculo.
Ma è carino, mica no, come queste chiacchiere del più e del meno che spero sempre che a un certo punto decollino, ma non è che sia rapita. Sono ben presente.
Ci stravacchiamo sul divano klippan coperto di pelle arancione, mangiamo tarallini duri bevendo vermouth e vino, parliamo di tatuaggi, piercing, arte, trapezio e tessuti.
Alessandro sembra Freddy Mercury ma con i denti belli. Ha 3 piercing che gli percorrono il viso in verticale, uno al centro del labbro inferiore, uno al setto e uno in mezzo agli occhi, all'inizio del naso.
Carlotta è intensa, con un'aria da ragazzetto che la rende un po' algida, sembra una dura da strada, teatrale, con lo smalto smangiato e il trucco sbavato e mai uguale sui due occhi.
Finiamo la serata al tavolo della cucina di casa loro a bere grappa alle rose, Alessandro disegna il mio tatuaggio mentre Carlotta ed io discutiamo di un ipotetico spettacolo sui trampoli ricordando l'estate scorsa, la parata.
E poi, come sempre dopo l'assenzio, tutto diventa vago e nebuloso e dunque ci sono io che scendo una scalinata che mi sembra ripidissima e infinita, apro un portone e mi ritrovo in una via del pieno centro che ci metto una ventina di secondi a riconoscere, nonostante mi sia abituale.
Mi stringo nel cappotto e cammino un poco barcollante per stradine in cui scruto prima di infilarmici, sotto braccio la borsa con i libri di tatuaggi comincia a pesare. Alla fine non se n'è fatto niente: Alessandro a un certo punto è sparito e quando Carlotta è andata a cercarlo l'ha trovato collassato a letto, altro che tatuaggio.
E' lì che mi son sentita di fare su le mie cose e dare la buonanotte.
Ho prenotato.
Click, click, click.
Potevo fare meglio, cercare a meno, studiarla meglio ma alla fine l'ho fatta così, al volo, proprio perché mi sono resa conto che stavo tirando indietro il culo: avrei trovato una scusa per non muovermi ancora.
Invece, nonostante il polpaccio che tira, ancora non mi arrendo a questo strano processo che accorcia i miei legamenti e allo stesso tempo chiude la mia mente, le mie curiosità e il territorio intorno a me.
E poi ho bisogno della FamigliaRom, dalla quale vado ospite, e non è un caso che l'ultimo viaggio sia stato proprio da loro, nella vecchia casa nel Pijp.
Fumo pensosa mentre architetto un piano diabolico per portare un pandoro da un chilo che Ila mi ha chiesto senza superare il peso consentito per il bagaglio a mano.
Ops: mi sono svegliata a Gennaio.
Il polpaccio non è guarito, quando scendo dai trampoli ma anche solo quando cammino nel freddo tira, come fosse sempre sgradevolmente sotto sforzo.
Il lavoro è quello di prima, con l'ulteriore incognita del succitato polpaccio, non so se ora come ora riuscirei a farmi giornate intere di inaugurazione senza poi risentirne.
I danari sono un po' cresciuti grazie alle due animazioni fortunosamente acciuffate a fine anno.
L'amore?
Ho smesso.
Sarà.
Sarà pure che non dimostro la mia età, però cresce a dismisura questo senso di fuoriposto che provo passando serate con questi cinni che prima invece andavano benissimo, anzi: ero piena di risentimento con i miei coetanei, tutti colpevoli di essere noiosi, fermi e impolverati.
Adesso mi guardo intorno mentre bevo e non è una questione di età, mi sarei rotta i coglioni anche anni fa in questi baretti-localini-bistrot che il "loro" spritz lo fanno con il vermouth e l'angostura e così te lo pigli, alla modica cifra di 4 euro mentre il Cinese vicino al Mercato te lo fa con 1 e mezzo.
E' in posti come il Cinese che sono a mio agio, bar vecchi, poco luminosi, con un sacco di bottiglie sullo sfondo, alcune delle quali non ben identificabili, e mille gingilli sparsi intorno, sulla cassa o dietro bancone.
Qui perfino la luce è fighetta, i tavoli e le sedute sono tutti elegantemente diversi uno dall'altro, in un potpourri d'arredamento che mi indispone per quanto è paraculo.
Ma è carino, mica no, come queste chiacchiere del più e del meno che spero sempre che a un certo punto decollino, ma non è che sia rapita. Sono ben presente.
Ci stravacchiamo sul divano klippan coperto di pelle arancione, mangiamo tarallini duri bevendo vermouth e vino, parliamo di tatuaggi, piercing, arte, trapezio e tessuti.
Alessandro sembra Freddy Mercury ma con i denti belli. Ha 3 piercing che gli percorrono il viso in verticale, uno al centro del labbro inferiore, uno al setto e uno in mezzo agli occhi, all'inizio del naso.
Carlotta è intensa, con un'aria da ragazzetto che la rende un po' algida, sembra una dura da strada, teatrale, con lo smalto smangiato e il trucco sbavato e mai uguale sui due occhi.
Finiamo la serata al tavolo della cucina di casa loro a bere grappa alle rose, Alessandro disegna il mio tatuaggio mentre Carlotta ed io discutiamo di un ipotetico spettacolo sui trampoli ricordando l'estate scorsa, la parata.
E poi, come sempre dopo l'assenzio, tutto diventa vago e nebuloso e dunque ci sono io che scendo una scalinata che mi sembra ripidissima e infinita, apro un portone e mi ritrovo in una via del pieno centro che ci metto una ventina di secondi a riconoscere, nonostante mi sia abituale.
Mi stringo nel cappotto e cammino un poco barcollante per stradine in cui scruto prima di infilarmici, sotto braccio la borsa con i libri di tatuaggi comincia a pesare. Alla fine non se n'è fatto niente: Alessandro a un certo punto è sparito e quando Carlotta è andata a cercarlo l'ha trovato collassato a letto, altro che tatuaggio.
E' lì che mi son sentita di fare su le mie cose e dare la buonanotte.
Ho prenotato.
Click, click, click.
Potevo fare meglio, cercare a meno, studiarla meglio ma alla fine l'ho fatta così, al volo, proprio perché mi sono resa conto che stavo tirando indietro il culo: avrei trovato una scusa per non muovermi ancora.
Invece, nonostante il polpaccio che tira, ancora non mi arrendo a questo strano processo che accorcia i miei legamenti e allo stesso tempo chiude la mia mente, le mie curiosità e il territorio intorno a me.
E poi ho bisogno della FamigliaRom, dalla quale vado ospite, e non è un caso che l'ultimo viaggio sia stato proprio da loro, nella vecchia casa nel Pijp.
Fumo pensosa mentre architetto un piano diabolico per portare un pandoro da un chilo che Ila mi ha chiesto senza superare il peso consentito per il bagaglio a mano.

