Sunday, January 19, 2014

"It would be so nice if something made sense for a change."
[Alice in Wonderland]

All'andata perdo due ore di tempo e 14 euro di un biglietto di bus inutile in Germania dove mi ha fatto smarrire quella stronza delle informazioni all'aeroporto.
Il cuore mi duole, a tratti, quando ti scorgo evanescente sullo stesso sfondo di 3 anni fa, ma a parte questo e il freddo che mi paralizza il cervello è tutto ok.
I treni sono caldi, puliti e puntuali, Ila è effettivamente alla Stazione ad attendermi e la mela candita che divoro poco dopo è esattamente come i miei ricordi di bambina richiedevano.

Le cose cambiano ma questo non significa necessariamente in meglio.
La casa è piccola, poco illuminata e le due pareti di finestre dell'altra sono un mesto ricordo.
Ora gli oggetti che Albe raccoglie diventano blocchi mastodontici che frenano il libero circolare delle energie: la casa è pulita, così il B&B in cui entrano ed escono ospiti ma c'è qualcosa di bloccato lì dentro, incastrato forse nel profondo dell'enorme trombone che incombe come centrotavola o tra le gambe delle 8 sedie spaiate.

Albe svelto e pratico stende piattini, posate, marmellata. Attacca la spina del tostapane, accende la macchina del caffè, dispone fette di formaggi e salumi dentro a un piatto che appoggia poi al centro della tavola.
Ricrea solo per me il banchetto che ogni mattina prepara per gli ospiti del B&B. Ila in cucina prepara 3 tazze di frutta, semi e yogurt e poi ci raggiunge qui. Prima della colazione facciamo per la prima volta i 5 tibetani insieme e poi corriamo a sederci a tavola per mangiare come fosse un pranzo.
Dopo posso fumare a tavola e non devo uscire sul freddissimo balcone dall'altra parte della casa.

Il sapore osceno mi tira su immediatamente un fiotto di saliva acida in fondo alla bocca: sono come li ricordavo e per questo stavolta li mangio insieme a piccoli pezzi di cioccolata fondente.
Albe li mangia spocchioso, da soli, sgranocchiandoli con disinteresse come fossero noccioline, dopo aver esclamato "Mmh, dai, buoni!"
Ila, che da bravo ingegnere ha predisposto ogni genere di conforto sul tavolo prima di cominciare, mastica meticoloso eque porzioni dell'una e degli altri, guarda l'ora e continua a chiedersi se la musica di sottofondo andrà bene oppure no.
E poi aspettiamo, quieti ma un po' disillusi: non funzionerà.

Prende da dentro, parte dallo stomaco, appesantisce le spalle e incassa la testa.
Scalda, affievolisce i contorni delle cose, rammollisce le linee della realtà. La sensazione di vomito è onnipresente tanto che a un certo punto visualizzo chiaramente me china sulla tazza del cesso con un dito in gola, per liberarmi.
Parliamo registrandoci, ci ammiriamo a vicenda le pupille enormi. Balliamo, ci abbracciamo.
Dal divano ci spostiamo in terra, nello studio, io e Albe attaccati al termosifone e Ila ai nostri piedi, intrecciato alle nostre gambe, e parliamo mentre tutto scende dolcemente e risale la fame.

E' grigio fuori, siamo sonnolenti e la giornata è iniziata al rallentatore.
Il che andrebbe benissimo, se non fosse che Ila è pervaso da sensi di colpa e trasmette un'ansia senza senso mettendoci fretta. Per come la vedo io invece non stiamo perdendo tempo rimanendo seduti insieme a questa tavola di colazione, anche se fuori c'è una città in cui continuo a non orientarmi, se non a sprazzi.
Così diventa tutto frettoloso e affidato al caso esattamente come odio, giacché detesto la casualità, soprattutto se ricercata a bella posta. Prendiamo un autobus, andiamo in una stazione vicino e guardando gli orari decidiamo la destinazione, un paesino di pescatori a un'ora da qui.
Prendiamo freddo, ci bagniamo fino al midollo tanto da desiderare di tornare a casa il più in fretta possibile appena comincia a scendere la luce. Non capisco ma mi adeguo.

La giornata inizia con me che devo andare fuori a fumare e lo faccio di malagrazia, riflettendo mentre sbuffo fumo che sono cambiata, sono indurita e la convivenza con la gente mi pesa come mai prima.
Ila dopo aver pensato tutto da solo di trovare dei funghi, ora tira indietro il culo, si sente in balia di, out of control e a me viene da ridere e anche da spazientirmi tutto insieme, gli tirerei uno strattone per il gomito come a volte si fa con i bambini che puntano i piedi.
Così comincio un sottile gioco di ricatto morale ma l'eccitazione è un po' svanita e quando al rientro dopo essere usciti ci fermiamo come al solito a fare spesa al supermarket un po' soffoco e m'annoio, come fossi alla Coop sotto casa nonostante qui ci sia la Fernandes Cherry Bouquet.
Ma poi la casa è calda e Ila si rasserena e si distende quel tanto che mi fa tornare a sperare e mettere lontano dalla portata le noccioline che sto mangiando, per rimanere a stomaco vuoto.
Lo vedo chiaro, come fosse un pesce trasparente dentro il quale si muovono inquietudini e indecisioni, e mi sento una merda per averlo forzato e per continuare a farlo. Bolle e borbotta, si vede che vorrebbe e che allo stesso tempo ha paura, mi infastidisce tanto quanto mi pare di sentirmi arati dentro i suoi confini, i suoi limiti. Sparisce e poi ritorna e mi apre sotto al naso il piccolo tupperware e dice "Andiamo!"

Ci ritiriamo nella stretta e lunga cucina io e Ila, rimiriamo i funghi, lunghi e affusolati e discutiamo sul modo migliore di prenderli. Mi siedo sul piano di marmo, un po' china in avanti per via dei pensili, e consulto il sapiente Google per avere ricette e consigli, finché d'improvviso qualcuno non suona alla porta.
E dopo almeno 20 minuti entra lui, l'amico Miguel, e io ci rimango: mi piace.
Mi piacciono le sopracciglia decise e scurissime come lo sguardo, mi piace la voce, profonda e quasi impostata, e il modo che ha di scherzare pressoché costantemente. Al polso ha un assurdo braccialetto color argento alto due dita, porta un discutibile maglione bianco ed è un poco pelato sulla sommità della testa e mi piace lo stesso: questi particolari mi inteneriscono.
Lui ne sa, sentenzia Ila, e dal suo arrivo in poi gli delega la preparazione di quello che alla fine si è deciso sarà un the: sotto suo consiglio mette tutto insieme e lo butta in acqua calda per una ventina di minuti.
Mi piace come Miguel rimane a girare l'acqua nel pentolino con il cucchiaio di legno e ogni tanto mi chiede qualcosa, spot. Io non capisco: sto come se il tutto avesse già fatto effetto, sono scioccherella e leggera, spavalda e quasi sfrontata.
Miguel prepara 3 tazze, tutte di diametro differente, in cui versa il the fumante e mi sfotte carino quando ne scelgo una che secondo lui è quella che ne contiene di meno.
Beviamo e io ovviamente mi scotto la lingua e di nuovo mi aiuto con la cioccolata per mandare giù anche tutta la poltiglia rimasta dopo aver bevuto tutto.
Ci sediamo a chiacchierare e mentre Miguel mangia crocchete bami che Albe gli ha preparato nonostante i suoi dinieghi aspettiamo che salga.

Non ha mai sentito parlare di Little Britain, fuma il mio stesso tabacco, mi osserva le mani mentre faccio su alla rovescia. Albe gli dice che sono andata per moltissimi anni di seguito in Portogallo e io m'intimidisco d'improvviso e glisso riassumendo il tutto in due scarne frasette. Lui abitava vicino a Sintra, poco sotto Lisbona dove non sono mai stata se non una giornata quasi di fretta.
A me piacevano le scogliere, l'oceano e la terra rossa.

Io e Ila cominciamo a sentirci allegri, su di giri ma con dolcezza, è tutto molto simpatico e divertente e così decidiamo di spararci i tibetani per la seconda volta nella giornata mentre in sottofondo scorrono i commenti ironici in inglese di Albe e Miguel che ci osservano.
Finiti quelli faccio stendere Ila sulla schiena e gli sollevo le gambe, posizionandomi i suoi piedi sulle anche ma lui è dubbioso di potermi sollevare, non capisce dove voglio andare a parare e non si fida per cui il primo tentativo di essere sollevata fallisce.
Poi però mi tira su e in faccia ha un'espressione incredula ma contenta che finisce non appena accenno a voler lasciare la presa delle mani, una per una: lì si irrigidisce e per reazione mi rifila uno svarione da sbilanciamento che rischia di farmi scendere. Ma io continuo a parlargli con voce tranquilla e allo stesso tempo un po' sbrigativa della maestra che sono e lui si convince, finalmente sento partecipazione nei suoi piedi che mi sostengono e riesco ad estendermi per tutta la mia lunghezza.
Quand'è il suo turno di essere sollevato per la prima volta dispero di farcela perché Ila si pianta come un torello e si rende pesante come ghisa, non è convinto che io lo possa sostenere ma Miguel lo esorta she's stronger than you think e così si lascia sollevare, tremante.

Non sale.
A parte una peraltro gradevolissima euforia e buon umore di fondo, non sale e così usciamo a fare quattro passi nel parco di fronte a casa per vedere se succede qualcosa.
Ci infiliamo in un vialone buio e arriviamo fino all'area dei giochi, uno più bello dell'altro: oltre all'amatissima altalena ci sono vari tipi di giostre suicide e un'altissima costruzione di ponti di corde su cui arrampicarsi. Io e Albe ci corriamo insieme ma mentre io scelgo di tirarmi su quasi a forza, appendendomi, lui scivola veloce come un topo sui fili della luce e arriva in pochi attimi sopra la mia testa, ridendo come una donnetta.
Ila e Miguel rimangono a terra a guardarci, piove e le corde sono bagnate per cui ogni nostro tremolio fa cadere gocce più o meno grandi. Mi arrampico tenendomi saldamente e rimpiangendo di essere così tanto infagottata, vado quasi fino in cima e poi mi siedo, cerco un varco e mi lascio andare all'indietro, appesa a testa in giù come tanto amo fare e in quel momento capisco che una volta tornata riprenderò tessuti.
Ma no, comunque sia non sale e così torniamo verso casa scambiandoci battute. Sulla soglia del 51 Miguel saluta e non c'è nulla che possa convincerlo a rimanere: è stanco dal lavoro dove ha preso acqua tutt'oggi e quindi non vede l'ora di spogliarsi e fare una doccia bollente. Quando ci salutiamo a differenza di prima non ci baciamo ma rimaniamo a fissarci negli occhi scambiandoci inutili parole con la bocca e i corpi di entrambi hanno strani scatti, come se si tendessero in avanti a turno nell'indecisione di salutarsi o meno.
I hope to see you soon.

La valigia pesa meno del dovuto eppure ci stanno tutte le cose che ho comprato, io mi sento spavalda. Ila si alza ma Albe no: dice che ha dormito male per via della tosse e adesso non tiene aperti gli occhi. Mi offendo, dopo aver fatto per l'ultima volta i tibetani in sincrono con Ila e mentre mi imburro fette da toast calde.
Poco dopo Albe ci raggiunge ma è lento e non interagisce per cui poco dopo fuggo a prepararmi. Si sveglia però quel tanto che basta per rompermi i coglioni dopo un po', mettendomi ansia sull'orario ed è talmente identico a mia madre che non resisto e gli rispondo, anche se è l'ultimo giorno e chissà quando ci rivediamo.
Lui ride, come sempre fa per evitare qualunque cosa gli accada. Ci abbracciamo senza impeto e io prendo come occasione il fatto che è molto caldo per staccarmi dall'abbraccio e misurargli la febbre.

Ila mi cede il posto in autobus, io ho ricominciato a mettere te sullo sfondo e ricordo in 3d la partenza dell'altra volta mentre da fuori cerco di mantenermi normale. Arriviamo alla piazzola dove arriverà il bus ma Ila è inquieto e mi tocca fare giri avanti e indietro a chiedere e richiedere a vari uffici per avere la sicurezza che sia proprio lì esattamente in quel posto anche se non c'è ancora nessuno. Il fatto che sia ancora più ansioso di me, me lo rende caro e smorza del tutto la voglia di vederlo investito da una delle mille macchine che ci ronzano intorno. La luce è livida, come se fosse qualche ora prima, ma fa caldo e tutto va bene, torno a casa non avendo risolto niente e non avendo trovato quel che speravo.
Ila dice che se ne andrà ma poi rimane e dividiamo una sigaretta dal sapore amaro in mezzo ad altri che con il loro trolley aspettano su questo marciapiede sul canale per partire sul mio stesso autobus in direzione dell'aeroporto.
Quando con un quarto d'ora di ritardo l'autobus appare ci guardiamo, spacciati, e ci abbracciamo delicatissimi eppure d'impeto per non perdere un istante. Respiriamo e singhiozziamo insieme, guancia a guancia, la sua barba rossa contro le mie gote fredde, ci stacchiamo una volta per rimirarci piangere e poi, di nuovo ci tuffiamo uno nelle braccia dell'altra, ci diciamo cose idiote nelle orecchie e sussultiamo d'emozione petto contro petto. Provo, lo giuro, a non piangere più ma non riesco, mi asciugo e loro continuano.
Anche quando l'autobus parte che Ila se n'è andato da un pezzo.

Mò sono cazzi.

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