Monday, February 03, 2014

“Au milieu de l'hiver, j'apprenais enfin qu'il y avait en moi un été invincible.”
[A. Camus]

Tardi, cazzo. Arrivo tardi alla mia prima lezione di trapezio.
Attraverso il parcheggio dello stupro, come chiamiamo quella parte di piazzale buia e poco rassicurante dove la maggior parte di noi mette la macchina, a passo forzato, quasi correndo.
Le altre sono già in terra a fare stretching ma Gaby, la maestra argentina, non sembra nè arrabbiata nè spazientita e ci chiede solo di scaldarci per quanto ci serve, prima di raggiungerla.

Finalmente soffro.
Lo stretching-potenziamento di Gaby è atroce, molto simile a quello de LaMaestra: una sorta di meditazione dolorosa che riscopre e violenta muscoli mai usati del proprio corpo.
Le flessioni che ci mostra senza sforzo a noi non riescono per via della mancanza di forza, gli addominali (che pure possiedo in quantità) sembrano non bastare e finisco che sono sudata fradicia e felice.
I trapezi montati sono 3, ad altezze diverse: ce n'è uno basso per gli esercizi di riscaldamento, le gambe toccano terra, ovvero il materasso posto sotto. Ce n'è uno vicino a un tessuto, bisogna prima salire con quello e farsi avvicinare al trapezio da una compagna  per poi appendercisi, stavolta senza toccare il suolo: serve per gli slanci, avanti e indietro, a destra e sinistra. Infine l'ultimo, il meno usato, è una via di mezzo ma per salire serve comunque l'aiuto di qualcuno.
Gaby mi mostra semplici cose da fare: afferrare il trapezio e abbandonarcisi con tutto il peso, spalle lontane dalle orecchie, rimanere appesi con le falangi vive. Poi arrotolarsi a pallina e passare le gambe sotto la sbarra andando in squadra, ovvero raddrizzandole e guardandosi le ginocchia. Crochè (gambe che si agganciano al trapezio) e mani che lasciano la presa, rimanere sospesi a testa ingiù per poi darsi la spinta contando fino a tre, riafferrare le corde del trapezio per tirarsi su, scivolare con il sedere in avanti per finirci elegantemente sedute. Ritornare in crochè, sfilare le gambe con lentezza, tornare a terra con dolcezza.

Senza resina nelle mani salgo sul materassone blu e con tutta la calma allargo le dita delle mani e le appoggio con precisione sul trapezio saggiandone lo spessore e la consistenza.
Mi stupisco fin da subito poiché mi sollevo da sola ma non appena faccio il croché scopro una di quelle cose che non ti dicono prima e che scopri soltanto facendole: stringere il trapezio dietro le ginocchia fa un male incredibile, tanto più se si cercano di mantenere le ginocchia unite e i piedi affiancati e non incrociati tra loro.
Ma non sento tensione mentre mi rigiro, mi sposto, mi traino, salgo e mi siedo sul trapezio elegante come la trampoliera che sono.
Gaby mi osserva da sotto e sorride dicendo "guarda che bella che sei..." senza immaginare che con questo piccolo complimento mi ha aperto il cuore e rilassato i muscoli, conquistandomi.
Il secondo trapezio, quello degli slanci, da una sensazione diversa essendo appeso più in alto: su quello la scimmia Margherita e lo spilungone Max fanno già figure in doppio senza apparenti timori.
Comincio a ondeggiare avanti e indietro sempre badando di tenere le braccia ben dritte e sfruttare tutta la mia lunghezza, i piedi sono in punta e tutto il mio corpo teso in un pezzo unico.
Mi sento bene, mi sento giusta attaccata a questo attrezzo, anche se sto facendo esercizi basici e di poca abilità ma il feeling è quello giusto, come poche volte ricordo di averlo provato con i tessuti.
Quando scendo gli avambracci sono duri come sassi eppure le mani hanno tenuto la presa, Cate mi scruta e mi dice che sto proprio bene sul trapezio, pur avendomi vista più volte tessutare, quindi forse le mie percezioni non sono sballate e ciò mi rilassa ulteriormente.

Seduta come un parrocchetto sulla sua altalena, contemplo sorridente l'allenamento che continua qualche metro sotto di me. Gaby a testa in su, mi dice di salire in piedi sul trapezio ma senza fretta, mi consiglia di appoggiarci i piedi e mi mostra la zona da usare, tra la pianta e le dita con le quali devo allenarmi a stringere la sbarra.
Salgo in piedi e la sensazione è di calore al petto e non alla base della nuca come quando avevo paura di andare fino a 8 metri a toccare il nodo del tessuto al quale mi stavo appendendo.
Visualizzo, non so perché, bianco: piume, lustrini, un costume, tutto perfettamente bianco e splendente.
E di nuovo, Gaby si stupisce di come sto e mi dice "sei già brava, non hai problemi", regalando nuova spinta ai miei gesti nel tentativo di non perderli, non buttarli per via della fatica incombente.
A fine allenamento provo un'ultima salita per ripetere in sequenza tutto quel che ho imparato oggi ma le braccia e gli addominali sono stanchi e quando devo staccarmi dall'ultimo croché per ritornare a terra, sento le braccia cedere e così accade: mi si stacca la presa, rigiro in aria e piombo con un tonfo sordo sul materasso. Gaby sbianca ma la mia risata infantile che esplode subito evidentemente la rassicura quel tanto che basta per lanciare lo stretching finale.
Mi fa male tutto e ne sono entusiasta, so esattamente quanto sono lontana dalla forma ma invece di deprimermi sono ansiosa di allenarmi qui per riprenderla.

Giri del destino, come che alla fine io alla convention non vado ma ci vai tu, che pure non sai giocolare nemmeno 3 arance. Decido di non andare e rimanere qui proprio con lui, quello per il quale mi prendevi in giro immaginando giustamente un interesse reciproco.
Non mi chiedo cosa stai facendo tu mentre le sue mani mi percorrono la schiena o mentre mi sollevo sulla punta dei piedi per baciarlo sui baffi proprio prima che se ne vada da casa mia.
Nulla accade per caso e senza saperlo in questo weekend abbiamo tracciato un altro pezzo del prosieguo di questa storia.

Comments: Post a Comment

<< Home

This page is powered by Blogger. Isn't yours?