Thursday, February 06, 2014
[Life begins at the end of your comfort zone]
E due: ritardo again.
La maestra di tessuti, dunque ex-maestra, non mi guarda neppure mentre quella di trapezio sembra una comparsa che segue soltanto il riscaldamento, una tra le tante.
Cedo a metà di sequenza infinita tutta sulle braccia che solo le due maestre svolgono senza problemi o soste dall'inizio alla fine mentre tutti noi uno ad uno crolliamo.
Andò è grosso e sembra un ginnasta russo, biondiccio e marziale.
In realtà è un ragazzone gioviale e discontinuo con il quale vengo accoppiata per gli esercizi al trapezio più basso: Gaby aggiunge elementi alla sequenza provata l'altra volta e a turno, aiutandoci a vicenda, io e lui li proviamo di seguito.
Lui è tutto forza e strappi, io tutta lentezza e scivolamenti, ne ridiamo insieme sciogliendo gli avambracci che nel frattempo sono già diventati duri come sassi, un suo braccio ne vale due dei miei ma la memoria è la stessa per cui passo passo ci guidiamo per non scordare nessuno dei passaggi.
Appesa a testa ingiù mi sento bene, come sempre, almeno finché Gaby non mi fa fare strane flessioni di polpaccio nelle quali devo serrare forte la presa delle gambe intorno all'asta e portare i talloni verso il culo per 15-20 volte, sollevandomi un po': è allora che ricomincio a sentire male dietro alle ginocchia dove l'altra volta mi sono spuntati immediatamente due bei lividi.
Rimaniamo quasi tutto l'allenamento al trapezio basso e io salgo e ripeto la sequenza molte più volte di quanto non salissi sul tessuto: mentre salgo e mi giro, a testa ingiù vedo le tessutare sedute a chiacchierare sciogliendosi e aspettando il loro turno di risalire.
Le mani cominciano a far uscire i calli ma sul trapezio non c'è bisogno di resina, la presa è salda.
Balance.
Seduta sul trapezio cerco il respiro regolare e tengo gli addominali più duri che posso per rimanere in equilibrio senza tenermi stretta alla corda o alla sbarra e sembra molto più precario e instabile di quanto non sembrasse visto fare dalla maestra.
Quando sale lei il trapezio sembra piantato, le sue corde rigide e diritte, quando saliamo noi diventa un'involontaria altalena che sembra approfittare di ogni minimo sommovimento che ci scappa cercando l'equilibrio.
Con eleganza (ma quanto mi piace questo sostantivo) si sale in piedi sul trapezio e lì comincia l'annodamento: afferrandosi il più in alto possibile alle corde ci faccio passare le gambe in modo che le corde mi passino dietro i polpacci. Poi mi siedo e mollando le corde vado a testa ingiù mentre le corde mi segano spietatamente la pelle dei polpacci e le piante dei piedi spingono contro la barra.
A fine lezione Gaby ci sposta al trapezio alto ma sia io che Andò abbiamo le braccia stanchissime e anche solo tirarci su alla sbarra ci costa una fatica infinita, motivo per cui si sprecano le spinte al culo per far salire i piedi.
Al trapezio alto si sale con 4 bracciate di tessuto.
Immediatamente il feeling si appanna, soprattutto quando in piedi sento gli avambracci intrisi di una spossatezza che arriva diritta al cervello, facendomi pensare che non mi reggo più e pertanto comincio a sentire una sottile paura che non mi permette di mollare la presa delle mani sulle corde per annodarmi come ho fatto solo poco fa sul trapezio basso.
Così mi fermo e mi rilasso, come una bambina in piedi sull'altalena, esattamente come le suore dell'asilo ci vietavano di fare e come ovviamente tutti i dissidenti facevano non appena loro si allontanavano.
Contemplo la distesa di tessuti e chi ci sta sopra, annodato e felice, contemplo quelle sedute in terra a ridere, guardo Andò che da basso mi dice di prenderla comoda e riprendere fiato.
Mi risiedo per rimanere in balance e abituarmi alla sensazione sperando che nel frattempo gli avambracci si sciolgano abbastanza da lasciarmi riprovare ma è inutile.
Sono felicemente stanca.
Andò è discontinuo e da ottobre ha saltato moltissime lezioni.
Invece la ragazza mora che si siede di fianco a me, costretta a fermarsi perché le si sono aperti i calli sulla mano e ora sanguina, in due anni è passata senza soluzione di continuità da tessuti a trapezio e mentre parliamo del più e del meno scopriamo di avere un sacco di idee in comune e anche qualche ex maestra odiata.
La grande palestra dal soffitto altissimo è viva e pullula di fatica e passione, il clima è disteso eppure impegnato, non ci sono le urla de LaMaestra ma solo applausi discreti quando a qualcuna riesce una figura e ogni tanto voci che danno dritte da terra a quelli che stanno sospesi in aria.
Respiro a pieni polmoni questa felicità nuova di corpo stanco e mentre le altre si avviano allo stretching provo un'ultima volta tutta la sequenza al trapezio basso per non dargliela su del tutto.
Lo stretching mi rapisce, lascio che gli occhi si chiudano durante gli esercizi e mi concentro a dare peso alle giunture da allungare, senza pensare al dolore pungente che ne deriva.
Ross, la mia corsista di trampoli che stasera è venuta a provare, ha la faccia stravolta dalla fatica, le gambe piegate, i piedi nè in punta nè a martello ma semplicemente attaccati alle caviglie, senza alcuna grazia o controllo: prima in una pausa ha confessato che l'allenamento le è parso durissimo.
Io ci godo: lei è una di quelle ragazzine che pensano che questo mondo sia soltanto un parco giochi dove esistono esclusivamente costumi, esibizioni e pubblico, senza dedizione, passione e allenamento. Per lei non esistono sacrifici di trampolate al parco a dicembre e gennaio, ore di potenziamento durante le quali un po' ti disperi e un po' ti sleghi, ma solo parate estive e senza impegno dove indossare vestiti colorati e truccarsi con i brillantini.
La guardo fare stretching, rigida e dura, e penso che perfino la camicia di cotone che ha scelto come abbigliamento indica quanto avesse in effetti preso sottogamba la cosa: a chi mai verrebbe in mente di andare ad allenarsi, soprattutto a tessuti dove ogni grammo di cotone addosso è buono per annodartisi intorno, con una camicia piena di bottoni e alamari?
Max è pazzo, una pertica magra e barbuta che sul trapezio cerca i numeri energetici e fisici.
Nel parcheggio ci riuniamo attorno al cofano della mia macchina da cui estraggo un trampolo per mostrarlo ad Andò che se n'è costruito un paio alla sperindio e a questo punto vuole sapere da me come aggiustarli e rifinirli, con l'aiuto dell'amico Max.
Dopo secoli mi sembra che tutto si riapra, sono ritornata simpatica e la gente ride spesso e volentieri delle mie battute a volte un po' ignoranti ma stemperate dal mio accento di esse e zeta.
Nonostante il freddo e la pioggerellina prima di salutarci ci ritroviamo a sognare della bella stagione in cui si appendono tessuti e trapezi agli alberi, si sale sui trampoli e si gode del sole sulla faccia, sdraiati nell'erba.
E due: ritardo again.
La maestra di tessuti, dunque ex-maestra, non mi guarda neppure mentre quella di trapezio sembra una comparsa che segue soltanto il riscaldamento, una tra le tante.
Cedo a metà di sequenza infinita tutta sulle braccia che solo le due maestre svolgono senza problemi o soste dall'inizio alla fine mentre tutti noi uno ad uno crolliamo.
Andò è grosso e sembra un ginnasta russo, biondiccio e marziale.
In realtà è un ragazzone gioviale e discontinuo con il quale vengo accoppiata per gli esercizi al trapezio più basso: Gaby aggiunge elementi alla sequenza provata l'altra volta e a turno, aiutandoci a vicenda, io e lui li proviamo di seguito.
Lui è tutto forza e strappi, io tutta lentezza e scivolamenti, ne ridiamo insieme sciogliendo gli avambracci che nel frattempo sono già diventati duri come sassi, un suo braccio ne vale due dei miei ma la memoria è la stessa per cui passo passo ci guidiamo per non scordare nessuno dei passaggi.
Appesa a testa ingiù mi sento bene, come sempre, almeno finché Gaby non mi fa fare strane flessioni di polpaccio nelle quali devo serrare forte la presa delle gambe intorno all'asta e portare i talloni verso il culo per 15-20 volte, sollevandomi un po': è allora che ricomincio a sentire male dietro alle ginocchia dove l'altra volta mi sono spuntati immediatamente due bei lividi.
Rimaniamo quasi tutto l'allenamento al trapezio basso e io salgo e ripeto la sequenza molte più volte di quanto non salissi sul tessuto: mentre salgo e mi giro, a testa ingiù vedo le tessutare sedute a chiacchierare sciogliendosi e aspettando il loro turno di risalire.
Le mani cominciano a far uscire i calli ma sul trapezio non c'è bisogno di resina, la presa è salda.
Balance.
Seduta sul trapezio cerco il respiro regolare e tengo gli addominali più duri che posso per rimanere in equilibrio senza tenermi stretta alla corda o alla sbarra e sembra molto più precario e instabile di quanto non sembrasse visto fare dalla maestra.
Quando sale lei il trapezio sembra piantato, le sue corde rigide e diritte, quando saliamo noi diventa un'involontaria altalena che sembra approfittare di ogni minimo sommovimento che ci scappa cercando l'equilibrio.
Con eleganza (ma quanto mi piace questo sostantivo) si sale in piedi sul trapezio e lì comincia l'annodamento: afferrandosi il più in alto possibile alle corde ci faccio passare le gambe in modo che le corde mi passino dietro i polpacci. Poi mi siedo e mollando le corde vado a testa ingiù mentre le corde mi segano spietatamente la pelle dei polpacci e le piante dei piedi spingono contro la barra.
A fine lezione Gaby ci sposta al trapezio alto ma sia io che Andò abbiamo le braccia stanchissime e anche solo tirarci su alla sbarra ci costa una fatica infinita, motivo per cui si sprecano le spinte al culo per far salire i piedi.
Al trapezio alto si sale con 4 bracciate di tessuto.
Immediatamente il feeling si appanna, soprattutto quando in piedi sento gli avambracci intrisi di una spossatezza che arriva diritta al cervello, facendomi pensare che non mi reggo più e pertanto comincio a sentire una sottile paura che non mi permette di mollare la presa delle mani sulle corde per annodarmi come ho fatto solo poco fa sul trapezio basso.
Così mi fermo e mi rilasso, come una bambina in piedi sull'altalena, esattamente come le suore dell'asilo ci vietavano di fare e come ovviamente tutti i dissidenti facevano non appena loro si allontanavano.
Contemplo la distesa di tessuti e chi ci sta sopra, annodato e felice, contemplo quelle sedute in terra a ridere, guardo Andò che da basso mi dice di prenderla comoda e riprendere fiato.
Mi risiedo per rimanere in balance e abituarmi alla sensazione sperando che nel frattempo gli avambracci si sciolgano abbastanza da lasciarmi riprovare ma è inutile.
Sono felicemente stanca.
Andò è discontinuo e da ottobre ha saltato moltissime lezioni.
Invece la ragazza mora che si siede di fianco a me, costretta a fermarsi perché le si sono aperti i calli sulla mano e ora sanguina, in due anni è passata senza soluzione di continuità da tessuti a trapezio e mentre parliamo del più e del meno scopriamo di avere un sacco di idee in comune e anche qualche ex maestra odiata.
La grande palestra dal soffitto altissimo è viva e pullula di fatica e passione, il clima è disteso eppure impegnato, non ci sono le urla de LaMaestra ma solo applausi discreti quando a qualcuna riesce una figura e ogni tanto voci che danno dritte da terra a quelli che stanno sospesi in aria.
Respiro a pieni polmoni questa felicità nuova di corpo stanco e mentre le altre si avviano allo stretching provo un'ultima volta tutta la sequenza al trapezio basso per non dargliela su del tutto.
Lo stretching mi rapisce, lascio che gli occhi si chiudano durante gli esercizi e mi concentro a dare peso alle giunture da allungare, senza pensare al dolore pungente che ne deriva.
Ross, la mia corsista di trampoli che stasera è venuta a provare, ha la faccia stravolta dalla fatica, le gambe piegate, i piedi nè in punta nè a martello ma semplicemente attaccati alle caviglie, senza alcuna grazia o controllo: prima in una pausa ha confessato che l'allenamento le è parso durissimo.
Io ci godo: lei è una di quelle ragazzine che pensano che questo mondo sia soltanto un parco giochi dove esistono esclusivamente costumi, esibizioni e pubblico, senza dedizione, passione e allenamento. Per lei non esistono sacrifici di trampolate al parco a dicembre e gennaio, ore di potenziamento durante le quali un po' ti disperi e un po' ti sleghi, ma solo parate estive e senza impegno dove indossare vestiti colorati e truccarsi con i brillantini.
La guardo fare stretching, rigida e dura, e penso che perfino la camicia di cotone che ha scelto come abbigliamento indica quanto avesse in effetti preso sottogamba la cosa: a chi mai verrebbe in mente di andare ad allenarsi, soprattutto a tessuti dove ogni grammo di cotone addosso è buono per annodartisi intorno, con una camicia piena di bottoni e alamari?
Max è pazzo, una pertica magra e barbuta che sul trapezio cerca i numeri energetici e fisici.
Nel parcheggio ci riuniamo attorno al cofano della mia macchina da cui estraggo un trampolo per mostrarlo ad Andò che se n'è costruito un paio alla sperindio e a questo punto vuole sapere da me come aggiustarli e rifinirli, con l'aiuto dell'amico Max.
Dopo secoli mi sembra che tutto si riapra, sono ritornata simpatica e la gente ride spesso e volentieri delle mie battute a volte un po' ignoranti ma stemperate dal mio accento di esse e zeta.
Nonostante il freddo e la pioggerellina prima di salutarci ci ritroviamo a sognare della bella stagione in cui si appendono tessuti e trapezi agli alberi, si sale sui trampoli e si gode del sole sulla faccia, sdraiati nell'erba.

