Wednesday, March 05, 2014

"Il tempo può risolvere molti problemi. Ma quelli che il tempo non può risolvere, li dobbiamo risolvere da soli."
[H. Murakami]


Quando alla fine della fiera capisci che tutto quel che fai lo fai per te diventa impossibile concedersi pigrizie, stasi e immobilità.
Quando comprendi che hai un tempo determinato che non conosci a priori e che dovresti farci stare più cose possibili vieni colto da un senso di fretta ineluttabile.
O almeno, è quel che succede a me.

Piove che dio la manda e fa un freddo finalmente giusto per la stagione ma non per i miei vestiti.
Il capannone è enorme e pieno di un brusio di fondo, dovuto ai bimbi del parkour e quelli delle bmx, che però dopo pochi minuti di adattamento scompare alle mie orecchie.
Quel che non scompare, e anzi aumenta, è l'incredibile freddo che penetra nelle ossa sempre più profondamente.
Il trapezio di Max è alto, molto più alto di quello con cui mi alleno nella solita palestra, per cui il primo apparentemente futile ostacolo è "Come arrivo ad appendermi alla barra? E, sempre che io ci riesca, come faccio a tirarmi su visto che non appoggio i piedi a terra?".
Max impila un altro materasso e così facendo a lui basta fare un saltino per appendersi agevolmente alla barra, a me invece no: ancora ricoperta di lana e mezza fredda guardo da sotto in su la barra, nella speranza che la distanza tra me e lei diminuisca.
Poi arriva Max che mi da il tempo, mi tiene per la vita e al 3, quando salto, mi solleva e io mi attacco.

La prima cosa che scopro è che riesco a tirarmi su da sola.
La seconda cosa che scopro, appendendomi in croché e buttandomi all'indietro, è che è alto, cazzo.
Un'altra delle cose che non sai prima ma che scopri facendole è che per il trapezio, diversamente dai tessuti dove di media lavori sempre in alto sui sei-sette metri, il minimo cambio di altezza alla quale è sospeso provoca svarioni, vertigini e paura anche a scafatissimi trapezisti.
Già solo cambiare da trapezio dove tocco con i piedi in terra a quello dove salgo con due bracciate di tessuto e ripetere gli stessi esercizi cambia completamente la faccenda: tenersi solo con le mani alle corde diventa difficile nella misura in cui d'improvviso non ci si fida più della propria presa. Buttarsi all'indietro in croché fa paura così come fa paura l'ipotesi di non riuscire a risollevarsi alla sbarra e stancarsi fino a cadere.
Così mi metto di buzzo buono a esplorare la mia paura: mi siedo sul trapezio e provo dei balance senza tenermi con le mani, cercando di rilassarmi mentre mi guardo intorno e osservo gli allenamenti degli altri.
Il trapezio dondola moltissimo, essendo attaccato in un soffitto molto alto, e con gli addominali cerco di contrastarne i ballonzolamenti. Mi tolgo i calzini per avere i piedi liberi e poi mi tiro su, in piedi.
Trema il trapezio, tremo io inizialmente per poi piano piano rallentare sia il respiro che il dondolio e mettermi a fare 10 piegamenti in bilico sulla sbarra.
Salgo 5 volte in tutto e non faccio nulla di particolare o che non abbia mai fatto, salvo che lo faccio a 3 metri e mezzo da terra.

Max si infila le ghette e dopo essere salito si mette in posizione di porteur.
Nonostante il trapezio sia alto lui, appeso a testa in giù per afferrare le mie mani, arriva quasi a toccare i due alti materassi che stanno sotto per sicurezza.
La sua presa è sicura e non solo mi solleva ma io riesco a girarmi e annodarmi con le gambe alla sua schiena in modo da poter mollare le mani e aprirle le braccia ad angelo, mentre ci inarchiamo insieme.
Riconsidero: le mie paure fisiche, le capacità inaspettate del mio corpo, la mia età che è diventata quella che mi sento, i 59 chili e la testamatta di Max.

Non capisco come mai con alcuni uomini le cose vengono più lisce e naturali che con altri.
Sali in macchina con me, andiamo nella mia solita Via dei Bar e scopro che abbiamo amici e banconi in comune per cui è semplice attraversare la strada e puntare alla stessa vetrina, senza neanche specificarlo.
Mangiamo e parliamo, guardandoci poco e sbirciando entrambi il via vai fuori dal vetro.
Ricordo d'improvviso che in teoria c'è qualcuno che aspetta mie notizie e lo aggiorno, ma poi scordo di guardare la risposta, presa come sono a farmi dire dalla barista cinese il suo vero nome che poi ci divertiamo a pronunciare meglio che possiamo davanti alla sua faccia inorridita.
Poi la butti lì, andiamo a casa?, ma lo dici ridendo e con un tono talmente diretto e scanzonato che l'assenza di malizia fa fede e io non solo non mi offendo ma finisco con l'abbracciarti, ugualmente giocosa.
Me ne frego del telefono che squilla, me ne frego degli sms che arrivano o sono arrivati mentre facevo altro, sono fuori con una persona piacevole con la quale non nutro imbarazzi di sorta nonostante la zero conoscenza e, come avrebbe detto un'amica di antica data, mi godo questa coincidenza spaziale.
Non mi capita spesso ormai di essere così in sintonia con qualcuno.
Quando nel bar sollevi la maglia per farmi vedere dove ti sei bruciato ieri con i tessuti osservo con occhio diverso la tua schiena magra più della mia.
Non ho paura anche se vedi il casino della mia casa.

Trapezio state of mind.

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