Saturday, April 05, 2014

"The purpose of training is to tighten up the slack, toughen the body, and polish the spirit."
[M. Ueshiba]

Da Pausa, a un allenamento a settimana, a due allenamenti a settimana: comincio a darmi una disciplina dalle cose che amo di più e dunque parto dal trapezio.
Sono al punto in cui i calli sulle mani cominciano a rompersi e fanno male anche i giorni dopo allenamento e la schiena oggi è un campo minato di punti dolenti: ho usato muscoli che non possiedo o che non sanno di esistere.
Da un pezzo non mi sentivo così viva e felicemente contusa.

Il cielo è grigio e l'aria calda tanto che per la prima volta dopo mesi non indosso il cappello.
Me lo fai notare come prima cosa quando ci incontriamo davanti al bar Jolly tra una seduta di shiatsu e l'altra: "E il cappello?"
Dopo aver preso da mangiare e da bere ci appollaiamo al tavolino azzurro che sta fuori, nessuno dei due inizia il discorso e così dedichiamo i primi minuti a masticare.
Io sono già infastidita da quando, a bancone, mi hai chiesto con aria preoccupata se stavo bene: sì che sto bene, avrei giusto evitato questo "chiarimento" per me inutile e che pertanto mi mette in una sorta di imbarazzo perché non so bene cosa dirti: sia io che tu sappiamo già tutto.
Per questo, quando saltano fuori gli stessi discorsi già affrontati di malavoglia in altre occasioni, mi irrigidisco, tu non ti smuovi dalle tue posizioni e tendi a dare la colpa a qualsiasi cosa sia esterna a te, comprese cavallette e terremoti e la perniciosità dell'alcool che, a tuo dire, ti trasforma in un demone che fa cose che in realtà non t'appartengono.
Io invece credo profondamente che l'abisso che intercorre tra te_sobrio e te_ubriaco sia dovuto quasi del tutto alla pochissima voglia che hai di indagarti, comprenderti e ridurre il gap tra le tue due istanze: quella fintamente zen e quella feroce che compare a vendicare i torti fin qui subiti dall'altra.
Il riassunto è che preferisco pettinare i miei mostri piuttosto che convincere te a prenderti cura dei tuoi, sei adulto e consenziente, la scelta sta a te.
Dopo appena qualche giorno di distanza, di nuovo, non sei così piacente come ricordavo e sulla tua faccia è sceso nuovamente uno schermo che appiattisce le emozioni, cosicché guardandoti mi è impossibile intuire cosa pensi e cosa senti, anche solo vagamente.
Stiamo seguendo percorsi opposti, io vado spogliandomi mentre tu rafforzi la muraglia difensiva, non è cosa.
Quando ci salutiamo, al tuo scooter, ci abbracciamo ma tu lo fai con un braccio solo poiché non stacchi mai la mano destra dalla chiave che hai subito infilato nell'accensione, pronto per ripartire e non sforare il tuo tabellino di marcia.
Io osservo la tua mano sulla chiave e sorrido mesta perché so che sei fatto esattamente, totalmente, irreparabilmente così.

Amazzone.
L'ho tentato l'altra volta senza peraltro trovare il coraggio di lasciare andare le gambe giù dalla barra.
In sostanza si tratta di reggersi con un solo braccio sulla barra, rimanendo con le gambe a penzoloni giù e facendosi passare una corda tra le scapole e dietro al collo come ulteriore punto di tenuta.
Stavolta lo provo sul trapezio basso ed è effettivamente più semplice pensare di lasciarsi andare anche se l'inquietudine rimane: il braccio reggerà?
Boh.

Regge.
Sia il destro che il sinistro per cui Gaby mi mette in coppia con Ale e ci dice di provarlo sul trapezio più alto, quello dove facciamo ballant.
A turno quella che rimane giù fa sicurezza alla compagna che sale, in caso abbia difficoltà a rimettersi a sedere sulla barra una volta eseguita la figura e in effetti ad Ale serve parecchio che io da sotto le prenda i piedi e la spinga in su, per darle la forza di risalire.
Quando tocca a me ho di nuovo quell'attimo di incertezza nel momento in cui devo lasciare andare il peso delle gambe e tenermi solo su una mano ma ce la faccio, da entrambe le parti.
Sulla destra però rimango un po' troppo, ansiosa di mostrare alla maestra che lo sto facendo, per cui quando si tratta di sollevarsi quei 3cm che servono a rimettere le chiappe in sicurezza sulla barra non ci riesco.
Ale accorre ma è bassa per cui riesce solo a toccarmi i piedi ma non a spingerli quel poco che basterebbe e così nel mio cervello comincia il panico come quando rimasi annodata a 5 metri da terra nell'odiatissimo angelo.
Ugualmente, una volta capito che sono troppo in alto e che nessuno può aiutarmi se non io stessa, tento di tornare calma e trovare un modo per scendere che non sia mollare la presa e precipitare sul materassone blu, dove peraltro cadrei in piedi senza problemi.
Con la coda dell'occhio scorgo Ale, che si agita sotto di me, e Gaby che ci ha raggiunte e che mi porge un tessuto al quale aggrapparmi, proprio nel momento in cui io decido di girarmi di pancia sulla barra e rimanere lì a riposare un poco, con le braccia penzoloni e la lingua fuori.
Gaby ride e sembra che non si sia spaventata neanche per un secondo, anzi: mi dice che è molto contenta che ormai siamo a un livello per cui invece di lasciarci cadere sul materasso cerchiamo comunque un modo per rimanere appesi su.

Qualcosa è cambiato ma cosa non saprei dire.
E' come se la scontentezza si fosse trasformata dal momento in cui ho deciso di eliminarne le cause.
Non mi sembra più di scomparire, come a settembre, ma la sensazione è invece quella di far scomparire: tolgo dall'orizzonte persone e situazioni che non mi stanno rendendo felice e mi limito a tenere tutto ciò che mi da piacere benevolo.
Mi lascio andare alle mani di Fulvia che drena le mie dita di mani e piedi per rimettere in circolo l'energia, mi affido alla precisione affettuosa di Gaby e alla rudezza del trapezio per tornare in forma.
La notte, al buio, mi perdo in lente traiettorie luminose che traccio con le bolas a occhi chiusi per sentirmi completamente fusa con il mio corpo.

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